Andre Agassi: 50 anni di un campione ribelle

Corre l’anno 1970: i Beatles si sciolgono, esce al cinema “Lo chiamavano Trinità” e Yukio Mishima si suicida in diretta TV. In mezzo a tutto ciò nasce un genio: Andre Agassi.

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Corre l’anno 1970: i Beatles si sciolgono, gli azzurri perdono la finale di Coppa del Mondo contro il Brasile, lo scrittore giapponese Yukio Mishima si suicida in diretta televisiva, esce al cinema “Lo chiamavano Trinità” e in Italia viene approvato l’istituto del divorzio. Tra tutte queste cose, il 29 aprile di 50 anni fa, a Las Vegas, nasce anche Andre Agassi. Il suo destino è segnato sin da bambino e come sempre accade, non è lui a sceglierlo. Il padre è un ex-pugile iraniano trasferitosi sotto falso nome in America con la passione, anzi l’ossessione, per il tennis e già a 2 anni al posto del ciuccio gli mette in mano una racchetta.

Il “Kid di Las Vegas” trascorre 24 ore su 24 (non è uno scherzo) sul campetto da tennis costruito nel giardino dell’abitazione di famiglia, una casa parecchio lontana dalla città circondata da ogni lato dal deserto del Nevada, il nulla assoluto. Nel vocabolario Treccani non esiste un termine preciso con cui poter descrivere gli asfissianti e interminabili allenamenti imposti dal padre, allora si ricorre alla metafora: erano esercitazioni a metà tra il fanatismo e i lavori forzati. Il gioco e il divertimento non centravano niente, zero. Il metodo però funziona. Se poi insieme all’addestramento militare a cui Agassi era costretto si unisce anche un raro talentaccio datogli in dono da madre natura, ecco che salta fuori un fenomeno. La ricetta sulla carta è semplice.

Ovvia e logica conseguenza del braccio forte del padre su di lui, è il disprezzo totale verso il tennis. Lo odia profondamente. Sembra strano, ma neanche troppo alla fine. All’età di 14 anni, nel giovane Andre si cominciano a intravedere i semi del campione e Nick Bollettieri lo porta nella sua Tennis Academy di Miami, inconfondibile segno che il ragazzo ci sa fare. E’ un’accademia anche questa molto simile a un campo militaresco, proprio come lo era casa sua. Qui Agassi emerge e piano piano diventa fortissimo. Non è un impiegato dello sport, in lui vi è genio, innovazione e sregolatezza.

Genio. Agassi è rapidissimo, una saetta con i piedi. Vede traiettorie che molti altri neanche sognano. Dritto e rovescio da urlo. Il suo colpo migliore è la risposta al servizio. E’ l’unico tennista della storia ad aver vinto in carriera tutti e quattro i tornei dello Slam, la medaglia d’oro del singolare olimpico, il Master di fine stagione e la Coppa Davis. Oltre che per la qualità di gioco si distingue anche per un difetto fisico che lo rende unico. Ha la spondilolistesi (una vertebra lombare che si è staccata dalle altre e sporge) ed è per questo che cammina in maniera strana e un po’ goffa, con le punte dei piedi rivolte verso l’interno.

Innovazione. Aiutato dalla tecnologia, che migliora le racchette, l’americano è colui che segna il passaggio del tennis dall’epoca classica a quella moderna, in contrapposizione al rivale di una vita Pete Sampras. Con lui le partite assomigliano al gioco del flipper: scambi velocissimi e fulminanti. Si inventa un nuovo modo di stare in campo, aspetta la palla in posizione frontale. Da lì in avanti, tutti poi lo seguiranno.

Sregolatezza. Agassi cresce in un ambiente poco familiare e molto militaresco. SI alla disciplina, NO al divertimento e allo svago. Al college, per quel pochissimo tempo che lo frequenta, si mette l’orecchino e veste in modo stravagante. In campo è esattamente uguale. Il suo è un abbigliamento rivoluzionario che impone come nuova moda al mondo, in perfetta antitesi con le tradizionali buone maniere del tennis. Menzione speciale per i capelli: la sua era una lunga criniera bionda e anche un po’ castana, risultato di un mix abbastanza discutibile di mesh realizzato da un parrucchiere forse cieco. Perché menzione speciale? Anni dopo si scoprirà che erano capelli finti, sotto era pelato. In pratica, un fenomeno con la parrucca. Oggi sono 50 anni di un anarchico.

“Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi non ci riesco. Continuo a implorarmi di smettere e continuo a giocare, e questo divario, questo conflitto, tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l’essenza della mia vita”: Andre Agassi (Open).

Riccardo Chiossi