Aspettative di vita, nascite e altri dati sull’Italia di oggi

articoloL’Istat ha pubblicato i dati sugli indicatori demografici in Italia, che sono a dir poco preoccupanti sul fronte della natalità nel nostro Paese, in continuo ribasso; a lasciar spazio alla speranza sono però le ricerche sulle aspettative di vita e sul miglioramento delle cure mediche in Italia, che invece fanno tirare un sospiro di sollievo.

In Italia nascono meno bambini, ma le persone vivono più a lungo, grazie anche alle cure mediche che ricevono.  È questa la sintesi (molto estrema, per la verità) degli ultimi dati statistici relativi al nostro Paese, rivelati nelle ultime settimane dall’Istat e da una ricerca britannica.

Calo demografico. Cominciamo proprio dal tradizionale report dell’istituto di ricerca italiano, che ha aggiornato gli indicatori demografici del nostro Paese: nello Stivale i residenti al primo gennaio 2017 erano 60 milioni e 579 mila, una riduzione di 86 mila unità (e 0,14 punti percentuali) rispetto al primo gennaio del 2016. Il motivo principale di questo crollo continuo è innanzitutto nel blocco delle nuove nascite: lo scorso anno l’Italia ha toccato un nuovo record negativo sotto questo aspetto.

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Ancora più giù. Se infatti nel 2015 le nuove vite “italiche” erano state 486 mila, l’anno scorso ha addirittura peggiorato il dato (già da primato), scendendo a quota 474 mila. La riduzione delle nascite si attesta a -2,4 punti percentuali e comincia a essere un fattore non trascurabile. A far da contraltare a questi dati negativi, però, c’è la contestuale riduzione della mortalità, che comunque non porta il saldo in ambiente positivo (mentre il numero di residenti è compensato grazie ai flussi migratori con l’estero).

Si muore di meno. Tuttavia, anche il dato sulla mortalità è importante: dai 648 mila decessi del 2015 siamo passati a 608 mila, anche perché aumenta di pari passo anche l’invecchiamento della popolazione del Belpaese. La conferma arriva da uno studio dell’Imperial College di Londra, pubblicato sulla rivista The Lancet, che inserisce l’Italia nella top ten dei Paesi mondiali con l’aspettativa di vita alla nascita maggiore sia per le donne che per gli uomini.

Le aspettative di vita. Secondo gli esperti britannici, nei Paesi più sviluppati si continuerà a vivere sempre più a lungo, ed entro il 2030 l’aspettativa di vita delle donne della Sud Corea potrebbe addirittura essere superiore ai 90 anni di età, superando le francesi (88,6) e le giapponesi (88,4), mentre gli uomini viaggiano su valori differenti: i coreani sono sempre capofila con 84,1 anni, mentre al secondo posto ci sono gli australiani e gli svizzeri con 84 anni esatti.

Migliorare la salute. Le proiezioni di questo studio svelano comunque che la durata della vita media di un individuo aumenterà in tutte le nazioni incluse nell’analisi, e possono offrire un importante contributo anche a governi e servizi sanitari, che dovranno necessariamente attutire l’impatto dell’invecchiamento sia sulla salute individuale che su quella dei sistemi di cura, incentivano stili di vita salutari, prevenzione e l’impiego di tecnologie anche per l’assistenza a domicilio.

Rapporto tra italiani e salute. In Italia la questione è piuttosto delicata, perché come rivela il Rapporto Italia 2017 di Eurispes è in calo la fiducia delle persone nei confronti del sistema sanitario nazionale, non certo supportato dai tagli economici e dalle notizie di cronaca. Infatti, si calcola che il 21,2% della popolazione, ovvero quasi 13 milioni di persone facciano uso di medicinali non convenzionali, che stanno diffondendosi sempre con maggiore insistenza.

Le pratiche alternative. Accanto all’incidenza dei farmaci, poi, si conferma anche il ruolo delle pratiche alternative, cui gli italiani si rivolgono in maniera sempre più frequente; lo testimonia sia la diffusione della omeopatia che quella della osteopatia. Inoltre, come spiega il portale Tcio, scuola specializzata in questo sistema di prevenzione sanitaria, è altissimo il livello di soddisfazione dopo una visita osteopatica, tanto da sfiorare il 90% dei casi trattati.

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