Cesare Mori: il prefetto d’assalto

mori cesare

Cesare Mori, il prefetto di ferro, rappresenta ancora oggi, nella memoria storica la soluzione forte, come esempio di metodi duro, di determinazione, di controffensiva dello stato alle associazioni criminali, di risposta alla violenza selvaggia e crudele dei killer al soldo delle organizzazioni mafiose.

In realtà, il prefetto Mori combatté soprattutto la mafia rurale, quella basata su singole bande di briganti per professione, usando metodi in linea con la logica del regime dittatoriale e tipici della guerra al brigantaggio già condotta nell’Italia post unitaria, che rimane storicamente una delle pagine più tristi del neo costituito regno d’Italia. Non tratteremo qui, la peraltro molto nota, vita del prefetto e delle sue azioni, svoltesi nel giro di pochi anni nella Sicilia fascista ma ci soffermeremo solo sui punti più significativi.

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FamigliaAnni30L’uomo

Nato a Pavia il 1° gennaio 1872, trovatello, fu adottato da genitori nel 1880, Cesare Mori, entrò a far parte dell’esercito prima e dell’amministrazione di Pubblica Sicurezza nel 1898. Da ufficiale, l’allora giovane tenente, però dovette scegliere fra l’amore e la carriera, per un contrasto con le norme che non gli consentivano il matrimonio con donne prive di dote o facenti parte di ceti ambienti. Scelse senza esitazioni l’amore ­ più tardi ebbe a dire “Al Regio Esercito posso dedicare la mia vita ma non i sentimenti ”­ e sposò una ragazza tarantina, dove prestava servizio, che lo seguirà e gli sarà sempre accanto per tutta la vita, un amore vero ed inesauribile ma non riusciranno ad avere figli. Dopo qualche anno entra in polizia e comincia la carriera di dirigente, facendosi notare per la fermezza e il coraggio nel domare le contestazioni sociali. Un poliziotto tutto di un pezzo, con una carriera encomiabile, una vita al servizio dello stato e della legge. Incarichi di rilievo, questore delle principali città, compresa la capitale, prefetto a Bari e Bologna, con un attaccamento al dovere e un senso delle istituzioni rari, un uomo devoto di quelli che caratterizzano lo stato. Umile, non fu mai ricco, non possedette nemmeno un casa di proprietà, l’ unica la comprerà solo nella capitale al collocamento a riposo, quando sarà nominato senatore del regno. Quando l’università di Palermo gli offre una laurea onoris causa, prima di accettarla chiede il permesso al duce che lo autorizza. Tuttavia con l’instaurarsi del fascismo al potere, fu collocato a disposizione, una specie di precongedo; proprio a Mussolini non era piaciuto quel “prefetto socialista” che tanto aveva contrastato l’azione delle squadre fasciste a Bologna.

Quando Mussolini chiese il nome di un poliziotto adatto ed esperto nella lotta alla mafia, il suo nome fu indiscutibilmente al primo posto in quanto profondo conoscitore della Sicilia e dei siciliani, il prefettissimo come lo soprannominarono, coraggioso ed energico, al confine dell’illegalità ma attaccato alla legge fino all’inverosimile, era stato fra i primi ufficiali a combattere la repressione ed il brigantaggio nell’isola. Lì, il prefetto Mori era già stato destinato come capo servizio speciale a Castelvetrano,(Tp), poi anche a Caltanissetta ed Agrigento, zone in cui anche l’aria che si respirava sapeva di mafia.

La Sicilia e la questione mafiosa

duce in siciliaIn Sicilia mancava quella fiducia nello stato e nelle istituzioni che il fascismo stesso non seppe e non volle, per paura di perdere consensi, portare. Mancava totalmente il diritto come scienza per la salvaguardia dell’individuo e delle organizzazioni sociali, mancava la giustizia e la legge nelle sue varie forme ed espressioni. A persistere invece erano i comportamenti omertosi, la malvivenza, il sopruso dei più forti verso i poveri e deboli, e soprattutto mancavano le strutture produttive, l’industria anche quella piccola, era praticamente inesistente, e l’agricoltura, era ancora prevalentemente ad uno stadio arcaico.

Il 6 maggio 1924 Mussolini compì il suo primo viaggio in Sicilia, in veste di nuovo capo del governo fascista, per una visita di 15 giorni nell’isola, ma l’impatto deve essere stato brusco e poco gradito. Appena sbarcato dalla nave, gli viene fatto notare che la scorta è superflua “voscienza qui è cosa mia, non c’è bisogno di protezione!” gli disse un sindaco locale.

Più tardi rivelerà le impressioni: tutto puzzava di mafia. Al comando dell’isola c’era una combriccola di notabili, tutti vecchi nobili, sempre pronti a chiedere e a nascondere la miseria in cui versava la popolazione dell’isola. Lo stesso suo ministro della guerra il generale Di Giorgio era troppo ossequioso e riverente con quella gente. Il fascismo non era mai arrivato in quelle lontane terre ma era stato calato dall’alto ed imposto per convenienza. In compenso il partito attraverso il listone di Vittorio Emanuele Orlando e l’appoggio della locale mafia aveva fatto il pieno di voti.

L’isola era praticamente sotto controllo dall’alta società palermitana, le città e i sobborghi lo erano completamente, invece i paesi dell’entroterra e delle madonie, isolati e privi di comunicazioni, sprofondavano nella miseria e nell’analfabetismo, rimanendo abbandonati al loro destino. A controllarli bande di rivoltosi e briganti, armati di tutto punto che di fatto li amministravano. L’autorità dello stato era inesistente, la forza pubblica presente solo nei grossi centri urbani, la gestione amministrativa e giudiziaria era di fatto affidata ai boss locali, gli stessi sindaci erano molto spesso esponenti dell’organizzazione.

Mussolini interruppe il viaggio dopo solo una settimana e ritornò con una scusa banale a Roma, ma volle riprendere ed approfondire il discorso con i suoi consiglieri e alle spiegazioni dettagliate dello stato reale dell’isola, volle un uomo con pieni poteri capace di sradicare la mafia da quella martoriata terra. Il migliore candidato per l’incarico fu ritenuto Mori, in pensione anticipata dal ’22. Venne richiamato in servizio ed inviato nell’isola in attesa di un decreto che gli concedesse pieni poteri per poter operare. Il decreto arrivò pochi mesi dopo e gli conferì poteri pressoché assoluti. Mori cominciò così la sua personale battaglia contro le cosche e le bande della zona. Le armi principalmente usate nella campagna repressiva contro i briganti furono due: l’uso del confino per la manovalanza e l’accusa di associazione a delinquere per boss e capi clan. In quanto alle prove non erano necessarie, la semplice testimonianza dei funzionari di Pubblica Sicurezza era sufficiente per la condanna.

Piccoli criminali semianalfabeti che terrorizzavano la popolazione con rappresaglie e atti criminosi, senza opposizione alcuna se non da altre bande. Bastò rastrellare le contrade per stanarli e condurli in prigione.

La sua azione era favorita dal fatto che il regime aveva abrogato le libertà individuali e la legalità democratica, non aveva intralci, poteva arrestare chiunque per semplici sospetti, e lo fece. La carcerazione fu ampiamente usata contro tutti i componenti delle bande, in blocco. L’azione fu fulminea e rapida, l’arresto consecutivo, la condanna sicura, le prove non necessarie. La magistratura era alle dipendenze dell’esecutivo, quindi alleata docile e affabile sempre pronta ogni qualvolta le esigenze dello “stato” lo richiedevano. I notabili decisero di tacere, di attendere, polizia e reali carabinieri collaborano insieme, l’opposizione politica non esisteva, la stampa era controllata in toto dal partito, le imprese sempre narrate dagli inviati del regime, in prima pagina e con grande rilievo. La popolarità di Mori divenne notevole, l’offensiva implacabile, i successi repentini.

Le bande affrontate e sopraffatte, con i membri arrestati, imprigionati e condannati, si sfaldavano come neve al sole. L’eliminazione delle bande fu un successo relativamente facile di grande impatto psicologico, e dagli effetti mediatici gonfiati dalla stampa del regime, nel complesso una vittoria quasi completa e senza perdite.

Il brigantaggio e la mafia sono due fenomeni ben distinti e di natura diversa, quindi era necessario due metodi differenti per combatterli. Il brigantaggio era relativamente più facile da estirpare, ed infatti ebbe una fine spregevole per via dei duri colpi incassati. Pur se i briganti vivevano una vita normale nel paese inseriti e riveriti, la figura del bandito si avvicinava a quella del guappo napoletano o del pistolero del far west americano, mitizzata ed ammirata. Dal punto di vista sociale però veniva a crearsi quel vuoto di legalità, amministrazione e leadership che rimaneva pericolosamente astratto, data l’assenza di uno stato forte e di un’autorità presente.

La mafia era invece una bestia molto più subdola e molto più pericolosa. Si trattava di rispettabilissimi nobili dei capoluoghi, dediti ad attività lecite, padroni e con appoggi altolocati nelle amministrazioni, nei ministeri, in politica e persino nel partito. Parte integrante della comunità con incarichi di prestigio, appartenenti alle classi sociali più agiate, rispettati e temuti, principalmente nobili e possidenti, erano organizzatissimi in una struttura gerarchica con mansioni e funzioni molto ben definite. A completare l’organizzazione segreta, poi una serie di individui loschi, per i compiti esecutivi, gabellotti (coloro che affittavano la terra ai contadini), campieri (guardie personali del fondo), curatoli, portinai, che amministrano e curavano gli interessi in loro vece. Al fianco vi erano anche i capi mafia classici, coloro che dirigevano e controllavano le operazioni sul territorio direttamente i cui nomi dell’epoca divennero molto noti pur vivendo nell’ombra come don Vito Cascio Ferro, (accusato di essere il mandante dell’uccisione di Joe Petrosino), don Calogero Vizzini, Genco Russo, Vito Genovese.

Lo stesso gruppo dirigente del partito fascista in Sicilia era a detta di Mori “una cricca di affaristi spregiudicati..” nei dossier su alcuni di loro le accuse mosse da Mori sono sconvolgenti: il solo on. Cucco (Pnf) viene accusato di 27 reati fra cui alcuni gravissimi, come associazione a delinquere, corruzione militare, truffa, falso, peculato, ecc. Pur essendo facile l’epurazione dal partito ­ tutti dovevano essere fascisti, amministratori, dipendenti pubblici, politici, dirigenti ed imprenditori ­ la lotta all’alta mafia fu difficile ed i risultati complessivi marginali.

Mori in fondo non era mai stato fascista ma solo alla fine, simpatizzerà per il regime, fine a quando viene defenestrato senza motivo. Capisce di aver perso e i sentimenti verso il duce cambieranno. Il 16 giugno ’29 con un semplice telegramma di due sole frasi, viene sollevato dall’incarico:” con R.D. n…. la S.V. viene collocata a riposo a decorrere da oggi. La ringrazio per i lunghi servigi resi al paese. Mussolini”. Per consolarlo lo avevano nominato senatore del regno insieme all’inseparabile procuratore Gianpietro, compagno dell’avventura siciliana, la guerra alla mafia era finita definitivamente.

Nulla era cambiato

A far fuori Mori, politicamente furono, a sua insaputa, il deputato fascista Alfredo Cucco, e la compagna dell’allora quadriunviro Michele Bianchi. Mori vinse la battaglia contro il brigantaggio e le piccole ed isolate bande di criminali che infestavano le valli e i paesi dell’entroterra ma perse la guerra contro la Mafia che era ben altro. Certamente l’avrebbe vinta se lo avessero lasciato continuare, o comunque avrebbe sferrato un colpo da cui difficilmente si sarebbe presto ripresa. Se ne avesse avuto il tempo, appunto.

Gli storici muovono delle critiche all’operato del prefetto, ad esempio difficilmente da solo sarebbe riuscito a formare una nuova coscienza sociale, ad intervenire con l’educazione, ad introdurre i cambiamenti e il rinnovamento, senza l’aiuto del partito e delle istituzioni. In più sui metodi investigativi qualche critica difficilmente si giustifica. Nessuno trovò i colpevoli dei singoli reati non era facile, gli omicidi rimasero, visto il gap investigativo degli inquirenti, e l’indisponibilità a collaborare, senza colpevoli e lo rimarranno per sempre. In quanto agli eventuali innocenti accusati e condannati, qualcuno ci sarà stato, ma dopo alcuni anni, una amnistia generale li fece ritornare quasi tutti alle proprie dimore.

La mafia alta saggiamente, non potendo contrastare né l’autorità del partito né quella di Mori, rimase in un stato di sostanziale latenza, pur continuando ad operare in silenzio. L’eterno problema atavico della fame di terra del meridione da parte dei contadini, si ripresentò immediatamente e rimase una costante in tutta la storia siciliana contemporanea.

Mori riuscì solo a scalfire la struttura mafiosa. Il generale ex ministro della guerra Antonino Di Giorgio, comandante di corpo d’armata a Palermo fratello di Domenico, noto boss locale, accusato pesantemente per via dello scandalo sollevato dall’inchiesta, si ritira a vita privata, onorevolmente e a testa alta. Morirà poco dopo nel ’32. Il quadriunviro Michele Bianchi, esponente dell’aristocrazia siciliana, legato sentimentalmente ad una nobile donna molto influente nel capoluogo, dal ’28, ma per un breve periodo, divenne ministro dell’interno e quindi diretto superiore di Mori, in sostituzione dell’amico e stimato Luigi Federzoni. Bianchi, molto influente nel partito e a Roma, insieme all’intraprendente compagna molto attiva nel campo immobiliare, dietro le quinte opererà per il trasferimento di Mori e ci riuscirà con la defenestrazione. L’ex ducino Alfredo Cucco fu accusato e condannato in primo grado con Mori, sarà espulso dal partito. In seguito assolto con formula piena, riprenderà la carriera politica, avendo aderito alla Rsi, fu nuovamente condannato a 30 anni per collaborazionismo con i tedeschi, pena condonata per via dell’amnistia varata dal governo Parri, nel ’53 sarà rieletto nelle file dell’allora Msi e resterà deputato fino al ’67 anno della sua morte.

sicilia-con-stampellaDurante tutto il ventennio fascista nessuno pronunciò la parola mafia, non perché non esisteva più, come faceva credere la stampa, ma semplicemente perché una velina ai giornali aveva proibito di toccare l’argomento. Per gli italiani la mafia era stata debellata dal regime, in realtà nulla era cambiato e su molti punti ancora adesso, molto è immutato.

L’ultima frase riportata dall’Ovra sul sen. Mori è un complimento al capo del governo e la dice lunga sulla lungimiranza del personaggio e l’attaccamento al duce “quel c… non ha capito ancora che ha perduto la guerra prima ancora di cominciarla! ”.Siamo nella notte del 10 giugno 1940.

Il 15 marzo ’42 muore la moglie Angelina, compagna inseparabile di una vita, poco dopo il 5 luglio lui la segue. I giornali alle prese con le notizie dai vari fronti, non gli dedicarono che poche righe, sulla pagina di cronaca.

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S. Ferrara laureato in sociologia, indirizzo Economia e del Lavoro, presso l’università di Urbino, ha collaborato e collabora attualmente con siti web, giornali e riviste locali e nazionali, è giornalista e scrittore. Vive e lavora a Roma.

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