Chi era il compositore Pëtr Il’ič Čajkovski?

Alla scoperta dell'autore de "Il lago dei cigni" che morì per un bicchiere d'acqua

I fratelli Čajkovskij nel gennaio 1890 a San Pietroburgo. Da sinistra: Anatolij, Nikolaj, Ippolit, il compositore e Modest. In questa foto manca la sorella Aleksandra.

La musica corrisponde all’animo di chi l’ha composta e quello di Pëtr Il’ič Čajkovskij era tipicamente russo e cioè introspettivo, a volte nevrotico e lamentoso, dolce e sensuale.

L’autore dei più conosciuti balletti era un perenne infelice, terrorizzato dal fatto che la sua omosessualità fosse scoperta in un tempo in cui sarebbe stata una condizione discriminante. Mentiva a tutti, compreso se stesso, e sul diario annotava il desiderio di fuggire in capo al mondo. Quando si recava all’estero, scriveva: «Ogni nuovo contatto, ogni nuovo incontro con persone sconosciute mi faceva soffrire … La sofferenza derivava forse da una timidezza che era aumentata fino a diventare mania, forse da una mancanza assoluta del bisogno di compagnia umana, forse anche dall’incapacità di parlare e di dire, senza sforzo, cose di me che non penso (il che è inevitabile nei rapporti sociali). In breve, non so che cosa sia.»

Come tutte i soggetti di grande valore, che traggono la loro straordinarietà dall’animo creativo e sensibile, anche Čajkovskij incontrò sul cammino tante persone animate solo da invidia per il suo talento e livore. Il dolore che ciò procurava al Maestro si riversava nella sua musica e molti critici non compresero il suo messaggio di aiuto e disperazione e lo intesero solo quale artificio per muovere alla commozione.

Un bambino prodigio e un adulto spendaccione

Pëtr Il’ič Čajkovskij nacque a Kamsko-Votkinsk, il 7 maggio del 1840. I suoi genitori erano benestanti e poterono sviluppare le sue doti eccezionali. A sei anni leggeva correttamente il francese e il tedesco; a sette scriveva poesie in francese e amava la musica oltremodo. Andò a lezione di pianoforte e a quattordici anni, trasferitosi a San Pietroburgo, iniziò a comporre.

Come altri rampolli di famiglie agiate, però, non si dedicò alla musica ma alla legge.

Pëtr Il’ič Čajkovski

Dopo essersi diplomato alla scuola di giurisprudenza, nel 1859 fu assunto dal Ministero della giustizia quale impiegato di prima classe. Spendeva più di quanto guadagnava e, difatti, scriveva di sé alla sorella: «… Sai, io ho una debolezza. Appena ho del denaro, lo butto via. È una cosa volgare e stupida, lo so, ma fa parte della mia natura.» Quando finiva la scorta di banconote, chiedeva prestiti agli amici. Nel 1891, prima di partire per New York e ottenuto un certo gruzzolo d’anticipo, scrisse ai creditori: «Ho appena ricevuto un bel po’ di denaro. Venite a prendere la vostra parte, finché ce n’è.»

Insegnante a Mosca e marito di una donna troppo appassionata

A ventun anni cominciò a studiare seriamente musica con Nikolaj Zaremba e nel 1862, anno in cui fu aperto il Conservatorio di San Pietroburgo, si iscrisse a composizione e direzione. Nel 1863 si dimise dall’impiego al Ministero per dedicarsi completamente agli studi musicali.

Provò a salire sul podio, ma si bloccava per il terrore e questa paura non lo lasciò mai. Nonostante queste sue profonde insicurezze, fu uno dei migliori studenti del Conservatorio e nel 1866 Anton Rubinstein lo raccomandò al fratello Nikolaj Rubinstein, che aveva bisogno di un insegnante di armonia per il Conservatorio di Mosca. Lo stipendio non era un granché, ma Čajkovskij si trasferì a Mosca e visse per sei anni con Nikolaj, che tentò di proteggere quel ragazzo perennemente triste e pieno di nostalgia. A Mosca ebbe un flirt con il soprano belga Désirée Artót, forse nella speranza di zittire la sua condizione di omosessuale, ma Désirée s’innamorò e sposò un baritono spagnolo, troncando così ogni sua speranza. I due restarono amici per sempre.

Nel 1875 finì, tra altre composizioni, il “Concerto per piano in si bemolle minore”. Voleva dedicarlo a Nikolaj Rubinstein, ma questi, non conoscendo il gentile desiderio di Čajkovskij, criticò aspramente la composizione e così il Maestro la dedicò ad Hans von Bülow, che non aveva mai conosciuto. Fu eseguito per la prima volta a Boston, il 25 ottobre 1875 e John Dwight, il critico più illustre, ne rimase negativamente sconvolto: non comprendeva quel «concerto estremamente difficile, strano, selvaggio, ultrarusso». Concluse l’articolo con una domanda: «Potremmo mai imparare ad amare una musica del genere?». Per qualcuno non fu un problema e la musica di Čajkovskij cominciò ad essere apprezzata ed eseguita.

Nel 1877 si sposò con Antonina Ivanova Miliukova, che aveva conosciuto al Conservatorio di Mosca. Piuttosto sempliciotta, la ragazza s’era presa una cotta per quel professore geniale e distinto. Lui la assecondò, pensando di garantirsi una certa rispettabilità e allontanare qualsiasi. Purtroppo, la moglie si rivelò un soggetto molto appassionato, al limite della ninfomania e il matrimonio si concluse, naturalmente, con un fallimento totale. «Pochi giorni ancora e sarei impazzito.» scrisse prima di tentare il suicidio tuffandosi in un fiume. L’intenzione era quella di prendere la polmonite, ma si beccò solo uno stupido raffreddore! Il fratello Modest, anche lui omosessuale, lo trasse dalle acque e insieme fuggirono a San Pietroburgo. Il matrimonio durò nove settimane, ma Čajkovskij aiutò Antonina Ivanova Miliukova fino alla morte, avvenuta in un manicomio nel 1917.

Lo strano rapporto con Nadejda von Meck

Intrecciò, poi, una stranissima relazione con Nadejda von Meck, una ricchissima vedova di quarantasei anni con sette figli, che amava incondizionatamente la musica del Maestro. La donna si offrì di aiutarlo economicamente, a patto che il loro rapporto fosse solo epistolare. Čajkovskij non chiedeva di meglio e per quattordici anni scambiò lettere con lei. In questa corrispondenza, il Maestro le confidò i suoi problemi, le sue paure «dell’umanità da diventare quasi pazzo». Aggiunse che «Non mi sorprende affatto che, nonostante il vostro amore per la mia musica, non vogliate fare la mia conoscenza. Temete di non trovare nella mia persona tutte le qualità di cui la vostra immaginazione idealizzatrice mi ha fornito. E in questo avete perfettamente ragione.» Furono fedeli al patto e non si frequentarono mai, anche se ai concerti si sbirciavano imbarazzati.

Benestante e acclamato, ma sempre insicuro di sé

Con i guadagni dall’esecuzione delle sue musiche e i finanziamenti di Nadejda von Meck, Čajkovskij riuscì ad acquistare una villa a Maidanovo e si dimise dal Conservatorio di Mosca. Ormai era un uomo di successo e si presentava come un signore distinto: bel viso, occhi azzurri, brizzolato, più alto della media, un fare da aristocratico. Soffriva di continue emicranie, si commuoveva facilmente e, soprattutto, non era mai sicuro di sé e di ciò che aveva composto.

Spesso metteva a tacere dubbi e angosce rifugiandosi nell’alcool. «Dicono – scrisse nel diario – che l’abuso di alcool fa male. Non ho difficoltà ad ammetterlo. Ma io, che sono malato e pieno di nevrosi, non posso assolutamente fare a meno di questo veleno.» L’altro vizio era il gioco delle carte e tutte le sere faceva la sua partita a “whist”, un gioco molto in voga all’epoca.
Nella composizione adorava Mozart, che chiamava “Il Cristo della musica”. Gli altri, compreso Beethoven, erano per lui degli autori con una fama non completamente meritata: non tutte le loro musiche erano perfette e sublimi come quelle del salisburghese.

Amava scrivere per il teatro

Conosciuto nel mondo per i balletti e le sinfonie, dedicò gran parte della vita a scrivere opere e l’Eugenio Oneghin è il suo capolavoro con un finale che avrebbe lasciato perplesso Verdi o Puccini, con l’innamorato che si allontana, semplicemente, mentre la discesa del sipario nasconde quieti ricordi. Tuttavia, le sue opere non ebbero il successo che meritavano poiché Čajkovskij non riusciva a comporre pezzi di bravura per le voci. I personaggi dovevano esprimere uno stato d’animo e non una tecnica vocale esasperata con romanze da saltimbanchi, ridondanti d’acuti, che nell’opera rappresentavano il momento atteso dal pubblico.

Amava lo spirito del popolo americano

Nel 1890 finirono improvvisamente le sovvenzioni e la corrispondenza con Nadejda von Meck. La donna era convinta d’essere sull’orlo del fallimento e Čajkovskij si sentì umiliato, simile ad un giocattolo che aveva smesso inspiegabilmente di deliziare la capricciosa padrona. Il Maestro non sapeva che Nadejda era divenuta instabile di mente.

Nel 1891 fu invitato a New York per partecipare all’inaugurazione della sala da concerto che si sarebbe chiamata “Carnegie Hall” e Čajkovskij fu colpito dal carattere degli americani, sincero e generoso. «Gente incredibile, questi americani! Al confronto di Parigi, dove dietro ogni contatto, dietro ogni cortesia di uno sconosciuto si avverte il tentativo di sfruttarti, la spontaneità, la franchezza, la generosità di questa città, la sua ospitalità che non nasconde secondi fini e lo zelo con cui si desidera avere l’approvazione altrui sono semplicemente incredibili, e, nello stesso tempo, commoventi. Questo, e anzi i costumi e i modi degli americani in generale, mi piacciono moltissimo: ma godo tutto ciò come una persona seduta a una tavola carica di meraviglie gastronomiche e che non abbia appetito. Solo la prospettiva di un ritorno in Russia riesce a risvegliare il mio appetito.»

La Sesta Sinfonia e un mistero irrisolto

La sua ultima grande composizione fu la “Sesta Sinfonia in si minore”, la “Patetica”, che celava un mistero ancora irrisolto. «Questa volta è una sinfonia a programma, ma un programma che rimarrà un enigma per tutti. Che ci si rompano la testa. Si chiamerà semplicemente Sinfonia a programma (n. 6). Il programma è completamente soggettivo, e durante il viaggio ho pianto spesso e amaramente, componendolo nella mia testa.» L’ultimo movimento inizia con un grido e finisce con un gemito; dopo tre settimane dalla sua prima esecuzione, avvenuta a San Pietroburgo il 16 ottobre del 1893, Pëtr Il’ič Čajkovski mori di colera, per aver bevuto un bicchiere d’acqua non potabile. Era il 6 novembre 1893.

Massimo Carpegna

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