Il prossimo anno sarà quello di Beethoven, considerato che il 16 dicembre si celebrerà il duecentocinquantesimo dalla nascita.
Tutti i musicologi del mondo sono già all’opera per preparare saggi, conferenze, volumi d’approfondimento dedicati alle sue opere. Non appartenendo a coloro che si fregiano di tale titolo, e con l’intento di bruciarli sul tempo, vi racconterò un Beethoven insolito, più quotidiano e umano, così che anche la sua figura possa suscitare curiosità in coloro che non hanno particolare interesse verso la sua arte e la musica classica in genere.
Il primo “Artista”
Fu il primo a considerarsi “artista” e quindi superiore a re, nobili e generali. Indubbiamente, la sua personalità era coinvolgente e una prova ce la fornisce Goethe che scrisse: «Non ho mai conosciuto un artista di una tale concentrazione e intensità spirituale, di una tale vitalità e magnanimità. Posso ben capire come gli riesca difficile adattarsi al mondo e alle sue usanze». E questa “spiritualità” doveva essere davvero notevole, visto il carattere irascibile e un aspetto non affascinante.
Lo chiamavano “der spagnol” per via della carnagione olivastra; il resto lo faceva assomigliare più ad un abitante della costa mediterranea che ad un tedesco di Bonn: basso da non raggiungere il metro e sessantacinque, spalle larghe e una testa quadrata, massiccia, ornata da una folta massa di capelli ribelli; denti sporgenti, naso piccolo e rotondo, uno sguardo di fuoco.
Si muoveva come un elefante in una cristalleria, rompendo sovente gli oggetti che sfiorava con il pastrano e, non pago, non si tratteneva dallo sputare a terra. Ovunque. Permaloso e sospettoso, giudicava tutti dei lestofanti pronti a imbrogliarlo e gli eccessi d’ira punteggiavano la sua giornata, tanto che nessuno voleva avvicinarlo. Per questa ragione, viveva in un disordine indescrivibile, poiché nessun servitore o governante voleva lavorare per lui.
Creava le suo opere luminose tra disordine e sporcizia
Ecco un esempio di una casa che lo vide inquilino, descritta dal barone Trémont: «Pensate al posto più buio e più disordinato che si possa immaginare: macchie di umido coprivano il soffitto; un piano da concerto vecchiotto, sul quale la polvere si disputava lo spazio con fogli di musica stampata e manoscritta; sotto il piano (non esagero) un pitale non vuoto; accanto, un tavolino di noce abituato alle macchie del calamaio che si rovescia continuamente; una quantità di penne incrostate di inchiostro, al confronto delle quali le proverbiali penne da taverna brillerebbero; e ancora musica. Le sedie, quasi tutte di vimini, erano coperte di piatti con i resti della cena della sera prima, di indumenti, ecc.» Tutto ciò potrebbe essere interpretato come una ribellione alla rigidità di regole e comportamenti imposti, e forse questa non è una chiave di lettura psicologica peregrina.
Bambino prodigio, il padre sognava potesse ripetere il successo di Mozart, anche economico, e lo sottopose ad una disciplina rigida, senza giochi e distrazioni e, soprattutto, ribellioni. Da non dimenticare un antico Manoscritto di Mozart trovato in Ungheria.
Anche da allievo fu un tipo difficile da gestire, non rappresentava certo il soggetto che accetta supinamente la “verità”, unica e incontestabile del Maestro. Un giorno, scrisse per esercizio un brano con delle quinte parallele: un errore imperdonabile, secondo le regole dell’armonia classica.
Un amico, per evitargli l’ennesimo rimprovero, gli consigliò di rimediare, ma lui gli domandò: «E chi le proibisce?» L’amico gli snocciolò una serie di stimati compositori del passato e Beethoven, accompagnando il suo commento con un gesto di sdegno, gli disse: «Io le ammetto!».
Un uomo severo, scontroso, eppur dolce e delicato in amore
Questo suo cipiglio non si affievolì neppure quando l’aristocrazia iniziò ad interessarsi a lui, invitandolo a suonare e dirigere. L’ambiente nobiliare era così diverso dalle locande di bassa lega ch’era uso frequentare, ma Beethoven non ne fu intimidito.
Molti aristocratici organizzavano delle serate musicali nei loro palazzi con cene sfarzose; Haydn e Mozart non s’opponevano al fatto di dover desinare con la servitù, ma Beethoven lasciava la casa sbattendo la porta, se il suo posto non era accanto a quello del padrone di casa.
Con le donne, intesseva solo rapporti che non lo distraessero dal suo impegno di musicista, anche se ripeteva sempre che era giunto il tempo di sposarsi e mettere un po’ d’ordine nella vita. Le sue preferite erano le donne sposate, a volte mogli dei nobili che aveva incontrato e conosciuto in qualche festa aristocratica. Una di questa, rimasta misteriosa, fu quella che lui chiamava “Amata Immortale” alla quale dedicò una lettera ormai famosa: «Angelo mio, mio tutto, mio stesso io … Puoi cambiare il fatto che non sei completamente mia, io non sono completamente tuo … Ah, dovunque io sono, là sei anche tu … Per quanto tu possa amarmi, io ti amo di più … Non è il nostro amore una costruzione celeste, salda anche come la volta del Paradiso …»
Ludwig van Beethoven, possidente di cervello
Con il passare degli anni, Beethoven divenne una celebrità, invitato da tutti, ma lui non perse l’abitudine di frequentare le taverne, dove s’infervorava su qualsiasi fatto di cronaca, sempre con una posizione critica. Insomma, apparteneva a quella schiera di uomini che devono “pontificare” su tutto.
Era un genio musicale e sapeva di esserlo; come tale gl’importava poco se, a causa della sordità, le composizioni erano scritte sempre con maggiore fatica e i guadagni s’assottigliavano, tanto da ridurlo sul lastrico. Povertà e genialità possono anche camminare a braccetto. Una prova è il suo rapporto conflittuale con il fratello Johann che, invece, aveva creato una piccola fortuna.
Un giorno Johann ospitò Ludwing nella sua tenuta di Gneixendorf e, prima di accomiatarlo, gli presentò il conto! Beethoven, giustamente, andò su tutte le furie, ma seppe mettere a posto quel fratello, che non rinunciava mai all’occasione di farlo sentire un poveraccio, geniale e famoso, ma sempre a corto di denaro e quindi inutile. Johann gli scriveva delle lettere che si concludevano sempre con un “Johann van Beethoven, possidente terriero”. Il Maestro rispondeva per le rime, firmandosi “Ludwig van Beethoven, possidente di cervello”.
Massimo Carpegna