Dalida: mito e leggenda di una donna che cantava l’amore

Il 3 maggio 1987 se ne andava, nella sua casa parigina, una delle cantanti di maggior successo, Dalida.

“Avevo quindici anni quella domenica di maggio. In occasione di un omaggio televisivo, ti ho scoperta vestita di bianco, in ghingheri da star, languida sul divano, mentre cantavi “Téléphonez-moi”. Oltre alla leggerezza del ritornello affiorava la solitudine, il tuo male di vivere, e in tutto il candore della mia gioventù mi arrabbiai per non aver conosciuto prima la tua tristezza. Mi dicevo che se avessi saputo, io, ti avrei telefonato. Non sapevo ancora cosa fosse la vita. Sono trascorsi ventisei anni e, non potendo più telefonarti, ti scrivo”.

Queste semplici e profonde parole usa David Lelait-Helo, nella prefazione del suo libro “Dalida, da una Riva all’altra”, per omaggiare la memoria di una donna, di un’artista che ancora oggi, a 31 anni dalla morte, fa parlare di se.

Iolanda Cristina Gigliotti nasce a il Cairo da genitori italiani originari di Serrastretta, in provincia di Catanzaro, mediana fra i due fratelli Orlando e Bruno. Il padre, Pietro Gigliotti, era primo violino all’Opera del Cairo.

Loading...

La sua infanzia fu difficile caratterizzata da numerosi interventi a causa di uno strabismo che la costrinse a portare gli occhiali ed essere vittima di bullismo e di un padre violento privato della sua dignità di uomo. La sua straordinaria bellezza, i suoi lineamenti morbidi ed eleganti la portarono ad essere eletta Miss Egitto. Nel suo cuore si faceva largo il sogno di una carriera come attrice e per questo si trasferisce a Parigi scegliendo il nome d’arte di Dalila ispirandosi ad un film nel quale aveva preso parte. Quel nome però doveva essere unico, originale e sottolineare la sua potenza e così aggiunse la D, come Dio Padre. Da allora divenne Dalida. Cominciò ad esibirsi nei teatri francesi incantando con la sua melodiosa voce. Qui conobbe Lucien Morisse, l’amico, il confidente, il primo amore della sua vita. Con lui decise di indossare l’abito bianco. Lui che la portò alle stelle, a quel successo tanto sognato arrivato con “Bambino” conquistando il disco d’oro e guadagnandosi il palco dell’Olympia. Il connubio perfetto tra Iolanda e Dalida durò poco. Mentre Dalida cresceva, Iolanda veniva lentamente soffocata.

Voleva essere moglie, madre, ma per Morisse lei era un’artista che fruttava popolarità e denaro. Il matrimonio finì, restò però amicizia e rispetto tra i due. Dalida cantava l’amore, Iolanda lo cercava disperatamente. Si lascia cadere tra le braccia di Jean Sobieski, un pittore francese che la segue in tutte le sue esibizioni in giro per il mondo. La sua popolarità cresce sempre più. Tutti adorano Dalida, tutti la vogliono, tutti restano incantati e meravigliati dalla sua voce.

La Francia la adora e l’adotta. Lei italiana, egiziana e francese. Lei, la cantante internazionale che canta in lingue diverse e unisce popoli e continenti. Lei icona e stella della musica. Dall’altra parte Iolanda, la ragazza delusa ancora dall’amore. Nel 1966 conosce Luigi Tenco. Tra i due nasce una storia d’amore oltre alla partecipazione al Festival di Sanremo con la canzone “Ciao, amore, ciao”. Finalmente Iolanda è felice. Ma la felicità dura poco. La canzone viene eliminata e non accede alle finali, l’epilogo è tragico, suicidio o omicidio Luigi Tenco viene rinvenuto cadavere nella sua camera d’albergo. E’ lei stessa a trovarlo, a macchiarsi il vestito bianco di sangue. Le sue urla strazianti si infrangono nelle mura ormai abbandonate dell’Hotel Savoy.

Ritorna in Francia, delusa, tradita, e con un senso di colpa che la porta a compiere un gesto estremo, il suicidio in una camera d’albergo dove aveva alloggiato con Tenco. Una cameriera la salva, viene portata in ospedale e la bella Iolanda si risveglia dal sonno. Ritorna alla sua vita, si chiude in Dalida. Quel nome la fa sentire forte, le fa vincere ogni paura. 85 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, un successo dopo l’altro che però non riescono a colmare quel vuoto e quella malinconia che accompagna Iolanda. I suicidi di Morisse e Chanfray la segnano profondamente.

Cerca l’amore, cerca qualcuno che la protegga e che la faccia sentire amata. S’innamora di un ragazzo molto più giovane di lei, resta incinta. E’ felice ma sa che quel bambino non può e non deve nascere. Decide di abortire clandestinamente, questa decisione le porterà via per sempre il sogno di diventare madre.

Ritorna in Egitto, al Cairo. Rivede la sua casa, e le tornano alla mente gli amari sapori della sua infanzia e adolescenza. Tornata a Parigi, nella sua casa si ritrova sola. Quella solitudine la soffoca, la trascina in un baratro nel quale lei non riesce a riemergere. Il 2 maggio 1987 si rifugia nella sua camera, indossa il pigiama più bello, accarezza dolcemente i suoi capelli rosso fuoco, ingoia delle pillole, sono barbiturici, e si concede un ultimo brindisi con del whisky, su un foglio scrive “Perdonatemi, la vita mi è insopportabile”. Poi, si adagia sul letto, chiude la luce, la prima volta poiché lei aveva paura del buio e si congeda dal mondo. Sorella morte scende, la prende per mano alle 11 del mattino del 3 maggio. Una domenica soleggiata, una domenica di primavera. Se ne va lasciando nell’armadio le ferite, le delusioni, la stanchezza. La sua pelle ghiacciata rivestita con un abito d’oro e di luce, un ramo di ciliegio sulla bara di legno e la scritta “Ciao, amore, ciao”.

Le sue canzoni rivivono ancora oggi a distanza di trentun’anni dalla sua scomparsa grazie alle numerose iniziative del fratello Bruno, in arte Orlando. Una vita spesa alla ricerca dell’amore, quell’amore che la tradì, che le rese la vita insopportabile e che la portò quel giorno a scegliere l’altra riva lasciando in tutti un vuoto di malinconia.