Esame avvocato, una farsa assolutamente da riformare. Intervista all’On.le Di Sarno

L'abilitazione forense, ha come unico e solo obiettivo quello di impedire l'ingresso di nuovi professionisti.

Esame avvocato una farsa tutta italiana

L’esame avvocato 2019 si è da poco concluso e questo dovrebbe esse l’ultimo anno in cui i futuri avvocati lo hanno potuto sostenere avvalendosi dell’ausilio dei codici commentati. Tralasciando gli altri aspetti peggiorativi della riforma Orlando, ci preme sottolineare l’inadeguatezza, di un percorso formativo, prima, e di un esame, poi, assolutamente “inadeguato” a verificare le reali capacità del candidato a svolgere la professione di Avvocato.

Le modalità e le condizioni “disumane” di svolgimento dell’esame che, dovrebbe limitarsi a certificare l’intero percorso formativo post-laurea, finisce, invece, con il trasformarsi in un inutile e pretestuoso prolungamento di esami teorici già ampiamente sostenuti durante il percorso universitario. Il superamento di un esame così strutturato non certifica la preparazione sul piano pratico del candidato, che dovrebbe essere il fine ultimo di un esame che giunge a completamento di un intero percorso. Invece, altro non è che un ulteriore ostacolo che pregiudica ai giovani praticanti, già vessati, l’ingresso definitivo nel mondo del lavoro.

Più volte e da più parti è giunta la necessità di rivedere un’abilitazione che costringe migliaia di aspiranti avvocati a rimanere intrappolati in un limbo. Non a a caso si è posto finanche il quesito sull’utilità di rendere obbligatorio l’esame avvocato, completamente anacronistico e privo di qualsiasi connessione con la vita pratica e lavorativa dei professionisti.

Per fare chiarezza sulla situazione attuale abbiamo intervistato l’Avv. e On.le Gianfranco Di Sarno, impegnato in prima persona nella difficile battaglia per garantire e difendere i diritti degli aspiranti avvocato, e ridare loro dignità come persone prima ancora che professionisti.

INTERVISTA IN ESCLUSIVA ALL’ON.LE AVV. GIANFRANCO DI SARNO

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Avv. Onl.e Gianfrando Di Sarno

Avvocato; Capo Gruppo Commissione Giustizia; Segretario Giunta Autorizzazione a Procedere; Vice Presidente Commissione Bicamerale.

Buon giorno On.le Di Sarno, di recente sono stati pubblicati dalle Corti di Appello gli esiti dell’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense 2018/2019. Anche quest’anno le percentuali sono molto basse e ad oggi, quando mancano ancora alcune Corti di Appello, fra le quali Milano, Napoli, Roma, si attestano in media in torno al 40%. Cosa ne pensa?

R – I dati percentuali appaiono spesso drammatici ed offrono uno spaccato veritiero delle attuali condizioni in cui oggi i giovani praticanti avvocati si trovano ad affrontare l’esame di abilitazione forense. La quota degli ammessi agli orali risulta particolarmente bassa rispetto alle domande presentatesoprattutto alla luce delle modalità di selezione.

Perché, secondo lei, in Italia il sistema delle professioni legali, per utilizzare l’espressione di qualche anno fa del Fondo Monetario Internazionale, rappresenta un numero chiuso? Quali interessi si celano?

R – Come è noto, il Fondo Monetario Internazionale si occupa di stilare le stime di crescita di ogni Nazione, tenendo conto di tutte le voci che contribuiscono a definire il bilancio dello Stato, tra cui rientrano i redditi dichiarati dai professionisti legali, titolari di partita IVA.  Se si rende difficoltoso l’accesso alla carriera di avvocato, si avranno delle ricadute negative anche in tema di sviluppo economico, poiché minori saranno i professionisti i grado di contribuire alla crescita del Paese.

Entrando nel merito, Lei che è un avvocato e che ha voluto fortemente e si è fatto promotore di quella che potrebbe essere una riforma epocale, l’esame così come è strutturato è idoneo a garantire meritocrazia?

R – È evidente che l’attuale sistema comporta delle conseguenze negative sulla decisione di intraprendere la carriera forense, alla luce dei maggiori oneri e costi economici che la disciplina vigente prescrive, ad esempio la frequenza obbligatoria e con profitto dei corsi di formazione durante la pratica forense.  Ciò sottende una palese diseguaglianza tra i candidati, operando una distinzione arbitraria fra abbienti e meno abbienti, che intendiamo rimuovere attraverso la riforma.

L’esame consiste in tre prove scritte (parere civile, parere penale ed atto giudiziario) che normalmente si tengono intorno alla metà di dicembre. È opportuno sottolineare che le prove vengono svolte per tre gg. consecutivi ed in media durano 7 ore. I Candidati fanno il loro ingresso intorno alle ore 8:00, la dettatura arriva intorno alle ore 10:00 – 11:00 e si consegna il proprio elaborato in busta chiusa alle ore 18:00/19:00. Dalle molte testimonianze rese e segnalazioni pervenuteci in redazione, questa prova viene definita più fisica che mentale. È d’accordo?

R – Le rimostranze dei candidati sono pienamente comprensibili e le lunghe ore intercorrenti tra la dettatura della traccia e la consegna dei pareri sono dovute soprattutto alle modalità di svolgimento dell’esame, che si tiene in contemporanea tra le varie Corti d’appello presenti sul territorio nazionale.

Una prova svolta in queste condizioni “disumane” è davvero in grado di verificare la reale preparazione di un candidato ad esercitare la professione di avvocato?

R –  Senza dubbio la durata delle prove scritte incide fortemente sul grado di concentrazione dei candidati e sulla qualità degli elaborati. Per tale motivo, nel disegno di legge sulla riforma forense si ritiene sufficiente la redazione di un parere (scelto tra civile, penale ed amministrativo) e di un atto giudiziario (scelto tra civile, penale, amministrativo e costituzionale). In tal modo la prova scritta ricalca il reale percorso formativo svolto all’interno dello studio professionale in relazione ad uno specifico ambito di specializzazione.

Non ritiene che ridurre a 2 giorni anziché tre e lasciare comunque la discrezionalità nella correzione, sostanzialmente cambierebbe poco o nulla?

R – Innanzitutto ridurre da 3 giorni a 2 giorni le prove scritte significa consentire alla commissione di correggere migliaia di elaborati in meno.. consideri che per ogni Corte di Appello si contano dai 3 ai 4000 partecipanti e calcolando in tutta Italia sono migliaia e moltiplicate per una prova in meno le commissioni sono meno oberate nella correzione quindi c’è una maggiore focalizzazione sulla qualità e sulla serenità della correzione. Pertanto in merito alla riforma e all’abolizione di una prova scritta, chiederò seppur ho già chiesto ai tavoli tecnici d’inserire ovviamente anche una valutazione essenziale che può giustificare il voto dell’elaborato. Proprio in virtù dell’alleggerimento del lavoro, vi è una maggiore qualità e serenità della valutazione dell’elaborato.

Anche perché a correggere sarebbero sempre persone che potrebbero utilizzare parametri diversi nella valutazione? Non sarebbe meglio una valutazione più obiettiva? ad esempio un test a risposta multipla oppure misto tra risposte multiple e aperte che, ovviamente è l’unica modalità che non lascerebbe spazio a margini di discrezionalità?

R – Questa modalità di correzione è stata innanzitutto chiesta e confrontata con tutte le associazioni dei giovani praticanti avvocati. Questa tra l’altro non è una riforma che ho concertato da solo. Io ho dato ampio spazio e tempo alle associazioni nazionali e di avvocati. Ovviamente non si poteva fare altrimenti o ci si riduceva a fare il quiz che tra l’altro è inidoneo a far comprendere la qualità di scritturazione dell’avvocato che deve dimostrare anche il saper scrivere. Come un concorso in magistratura, necessita la valutazione della stesura e dello scritto italiano dell’aspirante abilitante. Ovviamente non c’è un’alternativa alla valutazione.

Riflettendo su quelle che sono le modalità di svolgimento, non le sembra che sia anacronistico che i futuri avvocati debbano sostenere tre prove scritte con il solo ausilio di codici commentati con la giurisprudenza, mentre negli studi legali si possono avvalere di banche dati e soprattutto della possibilità di redigere gli atti a computer? Per non parlare della tendenza, mi si passi i termine, di “digitalizzare l’udienza” dove nella maggior parte dei casi finanche i verbali di udienza vengono ormai scritti al PC. Le sembra coretto penalizzare un candidato, che nella vita di tutti i giorni sarebbe un ottimo avvocato, solo per la sua calligrafia?

R – Premetto che la riforma Orlando ha introdotto delle correzioni penalizzanti per i giovani aspiranti avvocati e lotterò fino in fondo per cancellare questo affronto ai futuri aspiranti Avvocati. All’eliminazione dei codici commentati, abbiamo rimediato prorogando il vecchio regime dell’esame di abilitazione. Ritengo che un avvocato pronto per l’esercizio della professione si valuta anche nella sua capacità di saper utilizzare i codici commentati e individuare la giurisprudenza più conforme alla fattispecie sottoposta. L’uso dei cd. “codici commentati” rappresenta un valido ausilio per la redazione degli elaborati scritti, poiché essi possono essere equiparati a delle raccolte giurisprudenziali in grado di specificare la genesi e gli orientamenti formatisi sui vari istituti giuridici. Senz’altro è auspicabile una digitalizzazione delle modalità di svolgimento delle prove scritte, anche per metterci a passo con i tempi.

Come pensate, per com’è strutturato adesso l’esame, di digitalizzarlo?

R – In merito alla digitalizzazione, il Ministero della Giustizia proporrà i codici in digitale com’è già stato fatto per altri concorsi anche per non appesantire economicamente i praticanti. Ovviamente ho fatto una precisazione in cui ritengo inaccettabile che l’esame di abilitazione non abbia i codici commentati poiché per la certificazione dell’abilitazione è fondamentale accertarsi che un aspirante avvocato sappia consultare il codice commentato e sappia ricercare la giurisprudenza idonea alla fattispecie concreta che gli viene sottoposta nell’elaborato. Abrogare il codice commentato è incompatibile con quella che è ritenuta la finalità valutativa della prova. Anche perché non bisogna mai dimenticare che è una prova abilitante per l’esercizio della professione forense e non un concorso in magistratura.

A differenza degli altri esami come quello per i commercialisti o per gli ingegneri (svolto addirittura all’interno delle proprie università) perché non si è pensato di prevedere almeno una doppia sessione?

R – su questo non è arrivata indicazione ma ciò non esclude che lo proporrò. Seppur le associazioni nazionali si sono concentrate sui giorni troppo pesanti ed abbiamo cercato di rimediare. Gli aspetti essenziali della riforma restano questi ma ovviamente ci sono alcuni aspetti che devono esser concertati con altre parti in causa al tavolo tecnico. In linea di massima sono state rispettate le richieste delle associazioni nazionali. Importante far presente che mi sono concentrato su tanti aspetti peggiorativi che hanno determinato la legge Forlani. Vale a dire il mio focalizzarmi sul ripristino della possibilità del praticante avvocato di patrocinare le cause fino ad un importo di €25.000,00. Possibilità soppressa che ne determinava una crescita in meno del praticante avvocato.

I casi giuridici proposti durante l’esame di abilitazione spesso richiedono un impegno maggiore di 7 ore per essere risolti e gli avvocati impegnano diversi giorni per redigere un atto che richiede un’approfondita ricerca giurisprudenziale. Lei che è avvocato può confermare o smentire?

– Premetto che nella proposta di riforma è prevista una rivisitazione del corso di laurea in giurisprudenza, dove proporrò in questa sezione, l’introduzione di un esame universitario che abbia come oggetto la stesura di un parere e un atto giuridico a scelta dello studente. Trovo inammissibile che un laureato in giurisprudenza a fine corso non abbia contezza di come si predispone un parere e un atto giuridico. Spesso i candidati si trovano ad affrontare quesiti particolarmente complessi in materie che normalmente non trattano presso lo studio professionale presso cui hanno svolto il tirocinio. Per facilitare gli aspiranti avvocati sotto questo punto di vista il disegno di legge prevede che le prove scritte, vertano sulla branca del diritto prevalentemente affrontata durante la pratica forense e specificata al momento della presentazione della domanda di iscrizione all’esame di Stato.

Tornando alle statistiche, vorrei porre la sua attenzione su un dato che emerge dai risultati pubblicati in questi giorni. Quando a correggere gli elaborati dei candidati del sud sono le corti d’appello del nord la percentuale si abbassa drasticamente. Secondo lei potrebbe incidere anche uno scontro nord e sud?

R – Non penso che in relazione alla correzione degli elaborati si possa parlare di uno scontro tra nord e sud del Paese, piuttosto parlerei di un fenomeno diffuso, anche perché le cd. bocciature di massa si verificano a livello nazionale.

Perché secondo Lei On.le nelle altre professioni l’abilitazione viene conseguita con molta più facilità e giunge come una pura formalità alla fine di un percorso scolastico, mentre i dottori in giurisprudenza sono costretti dopo il tirocinio a svolgere un ulteriore esame teorico ed a sostenerlo una sola volta all’anno?

R –  È proprio la differenza rispetto alle altre professioni regolamentate che impone un intervento di riforma, poiché attualmente l’esame di Stato risulta equiparabile ad un pubblico concorso, quando, invece, si ottiene una semplice abilitazione all’esercizio della professione.

On.le Lei si è fatto carico della problematica oggi affrontata e sappiamo che è in cantiere una riforma dell’esame e dell’intero percorso universitario. Può illustrarci i punti chiave?

R – È vero che la riforma non riguarda solo l’esame di abilitazione, ma anche una rivisitazione del corso universitario in giurisprudenza. Come ho già detto oltre a chiedere che ci sia un esame per la redazione di un parere e atto giuridico, la riforma prevede anche un corso in giurisprudenza, con una prima fase di studi comune a tutti gli studenti e successivamente una di specializzazione, a seconda se si sceglie l’indirizzo forense, notarile, in magistratura e pubblica amministrazione. I pilastri fondamentali  della riforma possono articolarsi in molteplici punti. In merito al tirocinio professionale è prevista la corresponsione di un compenso economico e di un rimborso spese. Inoltre, viene eliminato l’obbligo di frequenza dei corsi di formazione riconoscendo al praticante avvocato la facoltà di decidere se seguire o meno tali corsi. Viene introdotta la possibilità per il candidato di sostenere l’esame anche nella Corte di Appello dove ha la residenza anagrafica da almeno 24 mesi. Viene ridotto il numero delle prove scritte da tre a due ed i voti espressi in sede di correzione dovranno essere adeguatamente motivati dalla commissione. Le materie della prova orale vengono ridotte a 4. Inoltre, in caso di esito negativo, è previsto un ulteriore tentativo per sostenere l’esame orale.

On. Le Lei è consapevole che sta conducendo una battaglia su un terreno tortuoso e che sarà difficile tagliare il traguardo?

R – Come ogni battaglia che si conduce per i diritti dei cittadini, in questo caso della classe forense, le difficoltà non mancano. Sono impegnato in prima linea su questo fronte e sono vicino alle esigenze dei liberi professionisti.

Tutti coloro che l’hanno preceduta e che hanno tentato negli anni precedenti di riformare l’accesso alla professione lo hanno fatto solo per inasprire ancor di più l’iter, Lei è il primo che sta tentando seriamente e con determinazione di ridare dignità, speranza e fiducia nelle istituzioni a migliaia di ragazzi che ogni anno i vedono privati di un loro sacrosanto diritto ovvero una semplice abilitazione ad una professione che non garantisce alcun posto di lavoro. Riuscirà ne suo intento?

R – Sono Come ho già anticipato la riforma Orlando penalizza in modo inaccettabile gli aspiranti avvocati. All’uopo mi batterò affinché venga abolito un altro divieto mortale per il giovane avvocato, ossia il divieto di patrocinare in prima persona cause aventi un valore fino a 25.000. Orlando con questo divieto legalizza la morte degli aspiranti avvocato. Sono fiducioso che riusciremo a proseguire l’iter parlamentare per assicurare maggiori tutele ai giovani che si affacciano alla professione forense. Con questo provvedimento mi sono fatto portavoce delle tante istanze provenienti dalle associazioni forensi e di categoria, che hanno fornito un contributo importante alla stesura della proposta di legge da me avanzata.

E’ corretto definire questa riforma come lo spartiacque che potrebbe segnare finalmente la fine di uno dei privilegi simbolo della casta degli avvocati?

R – Lo spirito della riforma è sicuramente quello di dare un taglio netto rispetto al passato. Il nostro scopo è di consentire l’ingresso dei giovani professionisti nel mercato del lavoro, in modo tale da esaltarne il merito, garantendo l’autonomia e l’indipendenza degli operatori del diritto, così come più volte sottolineato dalla stessa Classe Forense

Possiamo definire questa riforma epocale “riforma Di Sarno”?

R – A prescindere da come sarà ricordata la riforma, credo che l’importante sia raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati nel rendere più snella la procedura di selezione dei giovani avvocati ed equiparare l’esame a quello della altre professioni regolamentate, senza intaccare le peculiarità della categoria forense.

Ringraziamo l’On.le Di Sarno per il tempo che ha dedicato ai nostri lettori e soprattutto per il suo costante impegno nei confronti dei più deboli. Ci permetta anche di sottolineare che il fatto che questa iniziativa provenga proprio da un avvocato è una bella dimostrazione di come la politica si stia riavvicinando alle fasce più deboli della popolazione facendosi carico delle loro problematiche anche se ciò significa andare contro “i propri interessi”.

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