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Fase 2 dal 4 maggio: università ed esami, si potranno fare in sede?

Con il nuovo decreto che regola la “fase 2” del coronavirus è stato individuato un parziale via libera e la possibilità di andare a trovare i parenti. In più, sono state stabilite delle direttive per l’attività sportiva. La categoria che si sente maggiormente esclusa e priva di direttive certe è quella degli universitari.
Se da una parte, sicuramente la possibilità di rientrare presso le proprie abitazioni nella regione di provenienza (molti studenti che studiano come fuorisede sono rimasti nelle loro regioni di studio) è un’ottima notizia, sono molteplici i punti rimasti da chiarire: esami, lauree, tirocini, possibilità di ricerca, di usufruire delle biblioteche.
Il Dpcm dà il via agli esami, tirocino e attività di ricerca presso le università
Nel dettaglio il Dpcm firmato nella giornata di ieri dal premier Giuseppe Conte reca le seguenti disposizioni: “Nelle università, nelle istituzioni di alta formazione artistica musicale e coreutica e negli enti pubblici di ricerca possono essere svolti esami, tirocini, attività di ricerca e di laboratorio sperimentale e/o didattico ed esercitazioni, ed è altresì consentito l’utilizzo di biblioteche”, ma viene tuttavia precisato che l’organizzazione degli spazi deve essere tale da ridurre rischi di prossimità e aggregazione.
Gli esami si potranno svolgere sempre in sede in tutte le università?
Continuando, nel decreto si legge: “Nelle Università e nelle Istituzioni di alta formazione artistica musicale e coreutica, per tutta la durata della sospensione, le attività didattiche o curriculari possono essere svolte, ove possibile, con modalità a distanza, individuate dalle medesime Università e Istituzioni, avuto particolare riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità”. E ancora: “Successivamente al ripristino dell’ordinaria funzionalità, assicurano, laddove ritenuto necessario ed in ogni caso individuandone le relative modalità, il recupero delle attività formative nonché di quelle curriculari ovvero di ogni altra prova o verifica, anche intermedia, che risultino funzionali al completamento del percorso didattico”.
Ai rettori l’ultima parola sulle decisioni
Pertanto, la patata bollente spetta ai rettori delle università, che hanno il compito di valutare le condizioni ateneo per ateneo ed individuare con precisione come attuare le direttive e scegliere se proseguire con la didattica online oppure aprire gli spazi dell’ateneo e consentire esami ed altro.
Il ministro dell’università e della ricerca Gaetano Manfredi, ha spiegato che è stata proprio la conferenza dei rettori a chiedere maggiore autonomia alle istituzioni, proprio per la diversa diffusione del virus da regione a regione. Molti atenei, inoltre, hanno una maggioranza di iscritti provenienti da altre regioni, che però non vedono l’ora di tornare dalle loro famiglie. Pertanto, continuare con gli esami online sarebbe l’unica soluzione.
Test d’ingresso: a distanza oppure in sede?
Per quanto concerne i test di ingresso, il ministro si augura di poter consentire lo svolgimento dal vivo, anche se esistono tecnologie affidabili che potrebbero consentire anche i test a distanza. Per i test nazionali, come quelli per l’ingresso presso la facoltà di medicina, l’intenzione è di svolgerli di presenza mantenendo le giuste misure di distanziamento.
Il malcontento degli studenti
Tuttavia, gli studenti si sentono brancolare nel buio nei meandri dell’incertezza normativa. Proprio per questo, hanno deciso di lanciare una petizione sulla piattaforma change.org “In questa fase di emergenza l’attenzione rivolta alla formazione universitaria è stata praticamente inesistente. Noi universitari siamo rimasti esclusi da qualsiasi tipo di discussione; esami e lauree via telematica, siamo stati liquidati così. L’università è molto di più e ha bisogno di molte più risposte” è la descrizione della petizione.
Gli studenti, come hanno dimostrato anche attraverso i social, si sono mostrati allibiti poiché la mancanza di direttive precise non è autonomia, bensì incertezza che potrebbe creare un divario tra atenei che sarebbe difficile da colmare in futuro, con la ripresa a pieno regime delle attività.








