L’assassinio di Lincoln, 153 anni fa

Il primo omicidio di un Presidente americano

PhotoCredit:Hyderabad Paws

Oggi, 153 anni fa

Il 14 aprile di 153 anni fa il Presidente Lincoln veniva assassinato. L’attentato mortale fu compiuto dall’attore teatrale John Wilkes Booth. Il Presidente fu colpito alla testa mentre al Ford’s Theatre di Washington assisteva a una rappresentazione de “Il nostro cugino americano”. Lincoln morì il giorno seguente, 15 aprile 1865, nella Petersen House, che stava di fronte al teatro.

Il primo di quattro

Abraham Lincoln fu il primo Presidente degli Stati Uniti ad essere assassinato. Dopo di lui andarono incontro alla stessa sorte James Garfield (2 luglio 1881), William McKinley (6 settembre 1901) e John F. Kennedy (22 novembre 1963).

I congiurati

L’assassinio ebbe luogo quando ormai la Guerra Civile (1860-1865) si avviava a conclusione e fu parte di una vasta cospirazione intesa a resuscitare la causa confederata. L’intento dei congiurati era eliminare i tre più importanti componenti del governo degli Stati Uniti. A Lewis Powell e David Herold fu affidato il compito di eliminare il Segretario di Stato William Seward, mentre George Atzerodt doveva uccidere il Vice Presidente Andrew Johnson.

Un mezzo fallimento

Dei tre attentati, solo quello al Presidente riuscì: Seward venne solo ferito, mentre il Vice Presidente se la cavò incolume perché il suo previsto sicario si perse di coraggio all’ultimo momento.
Booth fu ucciso al termine di una caccia all’uomo durata dodici giorni. Molti altri congiurati finirono sulla forca.

Attore e assassino

John Wilkes Booth, l’assassino, era nato nel Maryland da una famiglia di importanti attori di teatro. All’epoca dell’assassinio si era fatto un nome come attore a livello nazionale.
Era anche un ardente e aperto sostenitore della causa sudista.
Nel marzo del 1864 Ulysses Grant, comandante dell’esercito dell’Unione, aveva sospeso lo scambio dei prigionieri di guerra con l’esercito confederato, allo scopo di aumentare la pressione su un nemico che soffriva per grave carenza di uomini. Booth concepì allora un piano per rapire Lincoln, così da obbligare il Nord a riprendere lo scambio di prigionieri. Ad aiutarlo, reclutò Samuel Arnold, George Atzerodt, David Herold, Michael O’Laughlen, Lewis Powell e John Surratt.

Un rapimento fallito

Il 17 marzo 1865 Booth e i suoi compagni progettarono di rapire Lincoln di ritorno da una recita al Campbell Military Hospital. Ma il Presidente non ci andò, preferendo invece presenziare a una cerimonia al National Hotel. Booth alloggiava proprio lì e se non fosse andato al Campbell per il fallito rapimento, avrebbe potuto facilmente colpire il Presidente.

Il Sud è sconfitto

Nel frattempo la Confederazione stava crollando a pezzi. Il 3 aprile la capitale del Sud, Richmond, era caduta nelle mani dell’esercito unionista. Il 9 aprile il generale Lee si era arreso alle truppe del generale Grant, dopo la battaglia di Appomattox. Il Presidente confederato Jefferson Davis e altri funzionari del Sud erano fuggiti. Di fronte a tutto questo, però, Booth credeva ancora nella causa confederata e cercava un modo per salvarla.

Il movente

Quanto al movente di Booth e dei suoi complici, basti ricordare che l’11 aprile 1865, due giorni dopo la resa di Lee, l’attore presenziò a un discorso alla Casa Bianca nel quale Lincoln affacciò l’idea di affrancare gli schiavi. Era la goccia che fa traboccare il vaso: “Questo significa cittadinanza ai negri. Ora gliela faccio vedere io, per Dio. Questo è l’ultimo discorso che farà» .

Al Ford’s Theatre

Il 14 aprile 1865, la giornata di Booth cominciò molto presto, a mezzanotte. Dal National Hotel scrisse a sua madre che andava tutto bene, ma che era “di fretta”.
Il risveglio del Presidente, quel giorno, fu allegro, cosa insolita per lui, che era noto per la sua pressoché costante tristezza. Probabilmente era la prospettiva della pace imminente ad agire positivamente su di lui, e già da qualche giorno. Tutti avevano notato la differenza e la moglie Mary se ne era preoccupata, convinta che fosse un cattivo auspicio.

Una coincidenza “fortunata”

Verso mezzogiorno Booth passò al Ford’s Theatre a prendere la posta (aveva una casella postale lì). Al teatro venne a sapere che quella sera il presidente e il generale Grant avrebbero assistito a una rappresentazione della pièce “Our American Cousin”. Era l’occasione che stava aspettando.

Qualcuno ha paura

Alle sette della sera Booth incontrò un’ultima volta i congiurati. Ordinò a Lewis Powell di uccidere il Segretario di Stato e a George Atzerodt di assassinare il Vice Presente Johnson,
Quanto a lui, decise di sparare a Lincoln con la sua Derringer e di accoltellare Grant. Avrebbero dovuto colpire simultaneamente, appena dopo le dieci quella sera. Atzerodt rifiutò: disse che il piano iniziale prevedeva un rapimento, non l’omicidio. Booth ribatté che era troppo tardi per tirarsi indietro.

Ma Grant non c’è

Quanto al generale Grant e signora, Booth rimase deluso, perché i due non si presentarono a teatro: i due avevano declinato l’invito, perché la signora Grant non era in buoni rapporti con Mary Lincoln. Alcune altre persone furono interpellate da Lincoln e alla fine l’invito fu accettato dal maggiore Henry Rathbone e dalla sua compagna Clara Harris.

“Hail to the Chief”

Lincoln arrivò in ritardo e si accomodò nel palco presidenziale, che era composto da due palchi normali tra i quali era stato rimosso il muro divisorio. Lo spettacolo fu interrotto brevemente e l’orchestra intonò “Hail to the Chief”, mentre il pubblico si alzava tutto in piedi a salutare il Presidente.

Un agente poco zelante

La sorveglianza del palco presidenziale era stata affidata all’agente John Parker, ma questi nell’intervallo si recò in un’osteria vicina assieme al domestico e al vetturino di Lincoln. Non si è mai appurato con certezza se sia mai rientrato nel teatro. Quel che è sicuro è che non era al suo posto quando Booth sferrò l’attacco.

Booth in azione

Una volta penetrato nel palco presidenziale, Booth barricò la porta con un pezzo di legno che incuneò tra la porta e il muro. Poi si girò e guardò attraverso il foro che in precedenza aveva avuto l’accortezza di praticare nella porta interna.
Non aveva mai recitato in quello spettacolo, ma lo conosceva bene: aspettò il momento preciso in cui l’attore Harry Hawk pronunciò la battuta chiave della commedia, quella più divertente. Sperava di sfruttare l’entusiasmo del pubblico per coprire il colpo di pistola che avrebbe esploso di lì a poco. In effetti quando fu raggiunto dal proiettile Lincoln stava ridendo come tutti gli altri.

Lo sparo

Il proiettile lo trapassò dietro l’orecchio sinistro, fratturando il cranio e penetrando nella parte sinistra del cervello prima di finire la propria corsa appena sopra l’occhio destro. Lincoln perse immediatamente conoscenza, accasciandosi sulla sedia. La moglie Mary gli si avvicinò, lo abbracciò e poi emise un grido disperato quando capì che cosa era successo.

“Così sempre ai tiranni!”

Udito il colpo di pistola, Rathbone agì d’impulso, cercando di impedire a Booth di scappare. Ci fu una colluttazione e Booth riuscì a pugnalare Rathbone all’avambraccio sinistro. Rathbone tentò di bloccare Booth prima che questi saltasse giù dal palco, ma riuscì solo a rallentarlo.
È opinione diffusa che dopo il colpo di pistola Booth abbia gridato “Sic semper tyrannis!”, che è il motto dello Stato della Virginia (“Così sempre per i tiranni”), ma non è sicuro.

La morte

Lincoln morì alle 7 e 22 del 15 aprile 1865. Aveva 56 anni. Secondo il segretario personale di Lincoln, John Hay, al momento della morte “il suo volto assunse un’espressione di indicibile pace”.

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