Salvatore Todaro: sommergibilista ed eroe di civiltà

L'impresa di un salvataggio passato alla storia

Sommergibile della Regia Marina Italiana durante la Seconda Guerra Mondiale

Viviamo in un periodo conflittuale, prodotto da campagne elettorali che si inseguono e ripetono ad ogni manciata di mesi. L’odio è sparso a piene mani ed è sinceramente difficile, tra i due schieramenti opposti, individuare chi lo fomenti e chi lo subisca. L’ipocrisia dilaga e questo processo di rabbia ancora contenuta potrebbe sfociare in una violenza vera e sanguinosa. Alcuni commentano che l’aggressività è insita nell’Uomo, fa parte del nostro corredo genetico e da troppo tempo, in Occidente, godiamo di un periodo di pace. La “guerra” è quindi lo strumento principe che l’umanità adotta per rinnovare se stessa e riportare equilibrio nel rapporto con gli altri esseri viventi. E questo strumento chiama con voce sempre più determinata ed esigente. Eppure, proprio nel momento di massima espressione della brutalità, qualcuno è rimasto sordo al suo richiamo, sebbene avesse il compito d’uccidere il “nemico”. Voglio raccontarvi la storia del Comandante Salvatore Todaro, della Regia Marina Italiana.

Il sommergibile ” Alfredo Cappellini” 

Con il sommergibile “Cappellini” navigava nell’Atlantico Settentrionale, a 700 miglia a Ovest di Madera e a 1000 miglia di distanza dalla costa africana. Durante la notte del 15 ottobre 1940, incrocia il piroscafo belga “Kabalo” che è stato requisito dalla Marina britannica e armato di un cannone da 102 mm. La sua destinazione è Freetown nell’ Africa occidentale. Il comandante Todaro manovra verso la nave nemica e il “Kabalo” apre il fuoco per primo. Il nostro sommergibile evita il colpo e risponde con un siluro che non manca il bersaglio. La “Kobalo” s’inclina, ma pare ancora in grado di reagire e così il sommergibile italiano accorcia le distanze per dare il colpo di grazia.

Il Comandante Salvatore Todaro

Il Comandante Todaro dà ordine a due dei suoi di andare in torretta e i marinai riferiscono che il bastimento sta colando a picco e ci sono cinque uomini in acqua. Sono immediatamente recuperati, perché non si lascia nessuno in mare, neppure il nemico, e poco distante è avvistata una scialuppa con ventuno persone a bordo tra le quali il comandante Georges Vogels. La lancia di salvataggio è trattenuta accanto al nostro sommergibile e i due ufficiali s’incontrano sulla plancia del “Cappellini”. La situazione dei naufraghi è disperata, con alcuni feriti e ustionati e, soprattutto, non è possibile raggiungere la costa navigando a remi. Se lasciati in mare, il loro destino è la morte certa. Allora Todaro – spiega il capitano di fregata Leonardo Merlini, capo ufficio storico della Marina Militare Italiana – informa i suoi nemici che rimorchierà la scialuppa fino alla costa più vicina.

Un salvataggio passato alla storia

Inizia un’impresa di salvataggio destinata a entrare nella storia. Dopo un giorno di navigazione, alcuni naufraghi sono in condizioni disperate e il Comandante Todaro decide di far salire i ventisei marinai del mercantile belga. Li fa sistemare nella falsatorre del sommergibile e punta la prua verso Nord per raggiungere l’arcipelago delle Azzorre. All’alba del 19 ottobre del 1940, il sommergibile arriva a Cala di Santa Maria. Al momento dello sbarco, i due comandanti si stringono la mano e Georges Vogels vuole conoscere il nome di chi ha salvato lui e il suo equipaggio. «Mi chiamo Salvatore Bruno» risponde Todaro che, per modestia, tace il proprio cognome.

L’Ammiraglio tedesco Karl Donitz

Al rientro nella base italiana dei sommergibili atlantici di Bordeaux, Todaro è fortemente ripreso dall’ammiraglio alleato tedesco Karl Donitz, che irride l’ufficiale italiano definendolo un «don Chisciotte del mare» e minacciando gravi conseguenze per una condotta non consona alle esigenze di guerra di un battello in pattugliamento offensivo. Gli viene fatto notare che un comandante tedesco non avrebbe mai tratto in salvo dei nemici. Li avrebbe finiti! L’ufficiale italiano risponde con una frase riportata da molte fonti e mai smentita: «Noi siamo gente di mare. Voi non avete, come ho io, duemila anni di civiltà sulle spalle».

Forse, nel tempo di una pace così duramente e sanguinosamente conquistata, si dovrebbe riflettere su questi uomini che hanno saputo combattere, stringere la mano al nemico e restare esempi di una civiltà millenaria.

Massimo Carpegna

Iweblab