Un Rigoletto dubbiosamente nuovo con maledizione reale

Nuovo allestimento del Teatro "Luciano Pavarotti" di Modena assai poco convincente.

Frontespizio storico

C’era molta attesa per questo “Rigoletto” annunciato dal Teatro “Pavarotti” di Modena come nuovo allestimento e con caratteristiche originali. Gli elementi per incuriosire il pubblico c’erano tutti: un cast giovane, ma con voci che già si stanno affermando nel panorama internazionale, e la regia di Fabio Sparvoli, che per anni è stato l’assistente di Giorgio Strehler. Proprio il regista, presentando lo spettacolo andato in scena ieri sera 27 novembre, chiedeva al pubblico d’assistere al suo “Rigoletto” abbandonando ogni cliché, assumendo lo sguardo stupito di un bambino, come se fosse la prima volta che presenziava all’opera. Mi auguro che nessuno del pubblico di ieri fosse un’esordiente della lirica, onde evitare che già l’esiguo numero di appassionati e curiosi si assottigli ulteriormente.

La gobba posticcia

Tra le varie “soluzioni originali” è stata indicata la deformità di Rigoletto, che diventa posticcia, nel senso che è una gibbosità inserita nella giacca che il personaggio indossa quando si trasforma nel buffone di corte. A questo punto m’attendevo che, al posto del Duca di Mantova, intonasse: “La gobba è mobile qual piuma al vento”. A parte le facezie, come si giustifica il momento in cui Rigoletto parla di se stesso dicendo: «… O natura!… Vil scellerato mi faceste voi!… Oh rabbia!… esser difforme!… esser buffone!… Non dover, non poter altro che ridere!… Il retaggio d’ogni uom m’e’ tolto… il pianto!…»? L’handicap è la ragione del suo disprezzo verso il mondo, ma se tale deformità non esiste (e può essere, può rappresentarsi nell’anima) cosa sospinge il suo amaro cinismo? Risposta non pervenuta.

L’uccellino Gilda imprigionata in una gabbia

Altra novità è la gabbia da tigri del circo che rappresenta la casa di Rigoletto nella quale vive rinchiusa Gilda, la figlia che vuole proteggere dalla corte dissoluta di Mantova e dal suo Signore. A parte la bruttezza estetica dell’arredo scenico e le sue fastidiose vibrazioni, ci può stare il sottolineare la condizione di Gilda quale uccellino imprigionato, già proposto da regie precedenti. Ma perché la protagonista deve agitarsi all’interno come una bimba sequestrata, considerato che il suo rapporto con il padre non è affatto conflittuale? È stata una forzatura e, come recita un celebre aforisma suggerito dal III Libro dell’opera “De Officiis” di Cicerone “Tutto ciò che è inutile, è dannoso”.

Le solite scenografie bitonali alla Strehler

L’innovazione tocca naturalmente anche luci, quasi inesistenti, scenografia e costumi. Così prosegue il regista: «…vedremo i personaggi muoversi in un contesto nero, mentre loro saranno vestiti di bianco, così come bianchi saranno gli altri elementi scenici.». Non ho visto tutti questi personaggi vestiti di bianco, oserei dire il contrario, e gli allestimenti bitonali – bianco/nero – sono un’eredità di Strehler. Nulla di nuovo, quindi, ma di superato ampiamente da una sensibilità attuale mutuata dal cinema e dagli effetti digitali.

Uno scavo psicologico che non s’è avvertito

Altra difficoltà di scavo psicologico – prosegue il regista nella sua presentazione – è stata quella di far capire al coro che questa corte vive sulle spalle del Duca «un po’ come accadeva ad Arcore con Berlusconi» e di chiarire che quando canta: “Ma chi Rigoletto? Il gobbo?” non si può essere aggressivi. «Deve essere una feroce presa in giro. Perché prendere in giro un handicappato è veramente da meschini, da gentaccia». Ma la recitazione è diversa dal canto, specie se di gruppo, e sinceramente non ho avvertito questa e altre sfumature.

Il cast e la maledizione reale

Veniamo al cast e alla maledizione, con quest’ultima che si è manifestata in fastidiose laringiti. Il baritono Marco Caria (Rigoletto), dopo colpi di tosse e pause, è stato sostituito dal secondo atto con Devid Cecconi, che ha ben figurato vocalmente e scenicamente. La sostituzione è avvenuta già nella prova generale e quindi le precarie condizioni di salute di Marco Caria erano conosciute. Il pubblico ha assistito ad un primo atto molto problematico, ma il biglietto l’ha pagato per intero: sarebbe stato preferibile la sostituzione fin dal principio e verificare la situazione vocale dell’artista per la recita di venerdì.

Anche il Duca di Mantova (Marco Ciaponi) non è parso al meglio della forma, così come il Conte di Monterone (Fellipe Oliveira), ma è ugualmente riuscito a interpretare con sufficiente luminosità vocale le celebri cabalette. Momento di paura quando nel duetto con Gilda “E il sol dell’anima” i due hanno perso l’insieme. Ramaz Chikviladze, nei panni di Sparafucile, ha svolto il compito diligentemente, come gli altri comprimari. Menzione d’onore a Daniela Cappiello (Gilda) vera regina del cast con voce agile, tecnicamente perfetta e svettante negli acuti. Il pubblico l’ha lungamente applaudita. Anche la Maddalena di Antonella Colaianni ha convinto per la gestualità scenica, la voce calda e ricca d’armonici. Buona la preparazione del coro ad opera di Stefano Colò e la direzione di David Crescenzi, che per tre ore ha condotto a memoria, con precisione gestuale e gusto interpretativo l’Orchestra Filarmonica Italiana.

In conclusione, pur valutando le difficoltà a proporre un’ottica diversa di un’opera così conosciuta e già ampiamente indagata da regie precedenti, questo Rigoletto è parso timidamente originale e le innovazioni, se così si vogliono definire, hanno suscitato più di una perplessità. Lo spettacolo, in estrema sintesi, si potrebbe riassumere in un allestimento più economico che nuovo, diretto da un regista più di prosa che di lirica.

Massimo Carpegna

Iweblab