Dante Castellucci, l’eroe partigiano ucciso dai suoi

La tragica fine di un eroe, ucciso dall'invidia e dall'arrivismo

Dante Castellucci
PhotoCredit: Monumento al partigiano inserito in copertina il piombo e l'argento dedicato a Facio cioè Dante Castellucci By Lupo rosso (Wikipedia)- https://www.flickr.com/photos/30767213@N07/3355171447/sizes/o/, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6234199

C’è un lembo di terra che unisce Toscana, Liguria ed Emilia; è la valle dell’Alta Lunigiana e all’alba del 22 luglio del 1944, una scarica di colpi risuonò tra i castagneti di Zeri, poco distante da Massa Carrara. Il comandante “Facio”, comunista e garibaldino, è stato ucciso a soli 24 anni. Il suo vero nome era Dante Castellucci, uno dei combattenti più importanti della “banda Cervi” e, nonostante la giovane età, s’era già guadagnato la fama d’eroe per le numerose azioni contro i nazisti e i fascisti. Eppure, a togliergli la vita non fu un plotone di repubblichini o di camice brune tedesche, ma un gruppo di partigiani della IV Brigata Garibaldi La Spezia.

Antonio Cabrelli e l’accusa di tradimento

Questo tragico epilogo è il frutto di un processo sommario organizzato da Antonio Cabrelli “Salvatore”, che lo accusa di tradimento e sabotaggio. In poche parole, “Facio” è ritenuto uno che faceva il doppio gioco, responsabile della cattura della “banda Cervi” e quindi collaboratore del nemico. A muoverla è il Partito Comunista di Reggio Emilia. Ma era questa la verità?

Chi era Dante Castellucci?

L’origine di Dante Castellucci è calabrese; infatti, nacque nella provincia di Cosenza, a Sant’Agata di Esaro e nel 1920. Ancora bambino, si trasferì con la famiglia nell’Alta Francia, nella regione chiamata Nord-Pas de Calais, ma la famiglia Castellucci decide di rientrare in patria, poco prima che l’Italia entrasse in guerra proprio contro la Francia, già sotto i cannoneggiamenti di Hitler, e l’Inghilterra.

Prima soldato e poi partigiano

Gli mettono subito addosso la divisa e lo spediscono prima al fronte francese e poi in Russia. Il 25 luglio del 1943 torna a casa in permesso per convalescenza e riprende le sue passioni coltivate da autodidatta, che erano la scrittura, la pittura e suonare il violino. Conosce le famiglie Sarzi e Cervi, dichiaratamente contro il regime fascista, e con esse organizza le prime forme di Resistenza.

Diventa braccio destro di Aldo Cervi

Dante Castellucci è un partigiano anomalo, per il pensiero non dogmatico e il modo d’agire fortemente autonomo; è uno che ha coraggio e intelligenza e ben presto diventa il braccio destro di Aldo Cervi, finché nel dicembre del 1943 è arrestato insieme ai sette fratelli. Si finge un soldato francese, conosce molto bene la lingua, ed è rinchiuso nel carcere parmense della Cittadella dal quale riesce a fuggire, poco prima che i fratelli Cervi siano fucilati a Reggio Emilia.

I sospetti del Partito Comunista reggiano

Per il Partito Comunista reggiano la cosa è alquanto sospetta e questi dubbi sono sufficienti per emettere una circolare di arresto nei suoi confronti. Lui si sposta a Parma, entra in contatto con il Comitato di Liberazione Nazionale della città, dove il dirigente comunista Luigi Porcari lo inserisce nel Battaglione garibaldino “Picelli”, sotto il comando di Fermo Ognibene «Alberto».

Ben presto si guadagna la fiducia dei compagni

Il gruppo di partigiani opera assiduamente in Lunigiana e qui “Facio” diventa protagonista d’innumerevoli azioni contro fascisti e nazisti, coronate dal successo. In breve tempo si guadagna la fiducia dei compagni e anche la popolazione lo sostiene, poiché obbliga i suoi ad un rapporto d’assoluto rispetto nei confronti degli abitanti, per lo più contadini. Dopo la morte di Ognibene, è naturale la sua nomina a comandante del battaglione, grazie anche all’astuzia messa in campo il 17 marzo del 1944.

La battaglia del Lago Santo

Asserragliato con otto uomini male armati in un rifugio sul Lago Santo, resiste agli attacchi e senza perdite delle truppe nazifasciste, che contano più di cento soldati ben equipaggiati. Alla fine dello scontro, durato una giornata intera, i nazifascisti decidono una ritirata ordinata, dopo aver contato decine di morti e di feriti. Il battaglione “Picelli” entra nella leggenda come Dante Castelluci, che subentra a Fermo Ognibene, caduto due giorni prima, con il nome di comandante “Facio”.

La tattica della guerriglia

Il battaglione interpreta perfettamente la tattica della guerriglia, con azioni fulminei e imprevedibili e spostandosi in continuazione. Per i nazifascisti diventa un incubo e il loro comando si convince che il “Picelli” sia costituito da centinaia di uomini, che sferrano attacchi da più punti. Questi suoi continui spostamenti, tutelano anche la popolazione civile: nessuno conosce dove si trova il campo base e i nazisti non possono procedere ad azioni di rappresaglia per scoprirlo.

Un parallelismo con il comandante “Bisagno”

Allo stesso modo del comandante Aldo Gastaldi “Bisagno”, Dante Castellucci intende il ruolo di comandante come servizio: guida i suoi uomini in azione, si rifocilla con loro rinunciando sovente alla razione per donarla ai più deboli ed è l’ultimo a usufruire del vestiario offerto dalla popolazione o recuperato dai lanci aerei degli Alleati. Anche la sua considerazione delle donne è completamente diversa dalla visione piuttosto maschilista degli altri gruppi di resistenza.

La combattente Laura Seghettini

Quando Laura Seghettini di Pontremoli è liberata dal carcere fascista, entra nel “Picelli”, ma Dante Castellucci non le assegna il ruolo di staffetta; le mette in mano un fucile e diventa combattente a tutti gli effetti, esattamente come gli uomini. Lei lo ripaga della fiducia dimostrando coraggio e determinazione, tanto da diventare vice comandante. I due, giorno dopo giorno, s’innamorano e per poche settimane questa loro relazione diventerà ufficiale, tanto che immaginano un matrimonio di brigata, una promessa reciproca fatta davanti agli altri partigiani della “Picelli”.

Il progetto di Antonio Cabrelli

Purtroppo, invidia e arrivismo permeano le persone anche in tempi terribili e avvelenò anche Antonio Cabrelli, ex confinato politico, organizzatore del movimento antifascista clandestino in Francia e Tunisia per conto del PCI.
Il suo progetto è quello di costituire una brigata garibaldina sotto la direzione della federazione comunista di La Spezia, staccata dal CLN di Parma, e tramite il ruolo di comandante salire ai vertici del partito. Allora, Cabrelli convince gli uomini del distaccamento “Gramsci” a separarsi dalle dipendenze del “Picelli” e si autoproclama commissario politico. Per portare a termine il piano, deve però sbarazzarsi di Castellucci, che inizia a chiamare “il brigante calabrese“. Insinua che, in verità, sia un doppiogiochista: già la federazione comunista di Reggio Emilia ha emesso una circolare di cattura nei suoi confronti. Gli tende un agguato, ma il comandante “Facio” riesce a salvarsi e allora “Salvatore” sceglie l’inganno.

L’inganno

È la mattina del 21 luglio 1944 e Cabrelli chiama Castellucci al comando della brigata appena fondata, per chiarire la posizione tra loro e dividere alcuni materiali recuperati da un aviolancio. “Facio” pensa che quell’invito possa essere risolutore dei contrasti con “Salvatore” e decide d’accettare; si fa accompagnare solo da due uomini fidati, ma appena arriva alla sede del comando, è disarmato e aggredito.
Cabrelli ha organizzato una sorta di tribunale di guerra verso il quale nessuno osa opporsi e dove lui ricopre il ruolo di accusatore e giudice. Dopo poche ore di domande senza alcun senso, anche sulla sorte dei fratelli Cervi, è condannato abusivamente a morte per i reati di tradimento, sabotaggio e furto “in nome del partito comunista”, partito che è anche il suo.

La tragica fine

Appena giunge la notizia alla “Picelli”, Laura Seghettini lo raggiunge per confortarlo: alcuni uomini della IV brigata gli offrono la possibilità di fuggire e di far sparire le tracce. Sarà sicuramente cercato dai partigiani fedeli a “Salvatore” e anche dai nazifascisti, ma almeno avrà una possibilità di salvarsi la vita. La sua risposta è lapidaria: «Non sono scappato dai fascisti. Non scapperò dai compagni».

L’ultima notte

L’ultima notte la trascorre con Laura Seghettini con la quale non smette di scherzare. Scrive alcune lettere alla famiglia e riesce pure a dormire un paio d’ore, come racconterà il vice comandante “Laura”. Appena sorge il sole, è prelevato e portato davanti al plotone d’esecuzione. Alcuni partigiani non alzano il fucile, non vogliono uccidere il comandante “Facio” ed è lui stesso a esortargli a sparare. per evitare una carneficina tra loro.

Viva l’Italia

S’udì un grido: «Viva l’Italia!» Poi, una scarica di colpi risuonò tra i castagneti di Zeri, poco distante da Massa Carrara, a spezzare la vita di un innocente e di un eroe. Ma la storia non tace e, prima o poi, ad ognuno assegna il proprio giudizio.

Dopo la liberazione, fu evidente l’errore compiuto dalla federazione comunista di Reggio Emilia e, soprattutto, la macchinazione ordita da Antonio Cabrelli, grazie alle numerose testimonianze e, prima fra tutte, quella di Laura Seghettini. Il partito non osò espellerlo, considerando i servigi resi come comunista e partigiano, ma chiuse a Cabrelli qualsiasi possibilità di carriera politica. “Salvatore”, allora, entrò nel PSI e divenne prima consigliere e poi assessore al comune di Pontremoli.

Massimo Carpegna