Giacomo Leopardi: la vita, il pensiero e il tormento di un’anima

Giacomo Leopardi: una vita all'insegno del tormento ma anche di una poetica immortale, fulcro della letteratura italiana d'epoca romantica.

Giacomo Leopardi sul letto di morte
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Premettiamo col dire che la vita di Giacomo Leopardi, analogamente a quella di Alessandro Manzoni, è assai povera di avvenimenti esterni, ma molto ricca per quanto riguardo la trasformazione spirituale. Il poeta nacque nel 1798 a Recanati, nelle Marche, dal conte Monaldo Leopardi e dalla marchesa Adelaide Antici. La famiglia di Giacomo, come facilmente intuibile da quel po’ che abbiamo scritto finora, era di nobili origini, ma dall’economia gravemente dissestata, a causa dell’inesperienza, faciloneria e cattiva gestione dei beni da parte di Monaldo.

Giacomo Leopardi: un ragazzo prodigio

Adelaide Antici, mamma di Giacomo Leopardi, fu da sempre una donna severa e austera, poco affettuosa nei confronti dei figli. Del resto, la sua psicologia è da comprendere se meditiamo come si fosse dovuta sobbarcare tutte le responsabilità per far quadrare i bilanci familiari, messi gravemente in discussione dalla cattiva gestione del marito Monaldo. Alla fine, la marchesa Antici, in un modo o nell’altro, riuscì a salvare la famiglia dalla bancarotta. Tornando a Giacomo, come viene affermato nell’opera “Spazi e testi letterari” (casa editrice Fratelli Ferraro) egli inizialmente studiò con l’aiuto del padre e di due precettori, ma visto l’ingegno superlativo del ragazzo, questi poté continuare a studiare da solo servendosi della voluminosa biblioteca paterna.

Le conversioni di Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi scrisse a Pietro Giordani di aver trascorso all’interno della biblioteca paterna “sette anni di studio matto e disperatissimo”. In questo lungo periodo di fatiche psicologiche la sua sapienza aumentò visibilmente, a scapito, tuttavia, della salute. Una parte significativa della vita del poeta (e perché no, filosofo) fu quella tra il 1816 e il 1819 quando si verificarono le cosiddette “conversioni”. La prima fu la conversione letteraria, quando Leopardi passò dall’amore per la filologia e la cultura in generale alla poesia. La seconda fu la conversione filosofica, passando dalla Fede in Dio all’ateismo, tipico dell’epoca illuministica. Su questo punto, tuttavia, alcuni studiosi non sono del tutto d’accordo. Alcuni di essi reputano Leopardi un titanista, ossia, un uomo che va alla ricerca dell’Assoluto, dell’Infinito, che potrebbe essere identificato nella Divinità stessa. Ricordiamo, poi, la conversione politica, con il passaggio dalle idee reazionarie ereditate dal padre Monaldo alle idee liberali fondate sul pensiero democratico. Riguardo la conversione politica, sicuramente Giacomo fu molto influenzato dall’amico Pietro Giordani.

Voglia di libertà: la fuga da Recanati

Giacomo Leopardì, ancora ragazzo, tentò una fuga dalla casa dei genitori, per allontanarsi da quell’ambiente claustrofobico, pieno di gente alla buona come era Recanati all’epoca. Lo stesso Leopardi, in diverse sue poesie, si lamenta di come i suoi compaesani lo accusassero tacitamente di superbia per le sue origini nobili. Un atteggiamento che, in realtà, non apparteneva affatto all’indole del Leopardi. Il poeta tentò di prendere una boccata d’aria trasferendosi momentaneamente a Roma, ospite presso uno zio materno. Sembra che Giacomo non fosse un grande conquistatore di donne, le quali non provavano interesse nei suoi confronti.

Quante difficoltà nel conquistare una ragazza!

In una lettera al fratello Carlo datata 6 dicembre 1822, Giacomo Leopardi si lamenta delle immense difficoltà nell’attaccare bottone con le ragazze romane. Non a caso, si dice che lo stesso Leopardi sia morto vergine. Sicuramente, dal punto di vista critico e filologico, non risultano interessati simili (e futili) particolari della vita di un mostro sacro della letteratura italiana come l’immortale Leopardi, ma è allo stesso tempo innocuo e divertente mostrare alcuni aspetti privati di questo esimio letterato. Tornando alla precitata lettera, è possibile leggere quanto segue al suo interno: “Trattando, è così difficile il fermare una donna in Roma come a Recanati, anzi molto più, a cagione dell’eccessiva frivolezza e dissipatezza di queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse al mondo, sono piene d’ipocrisia, non amano altro che il girare e divertirsi non si sa come, non la danno (credetemi) se non con quelle infinite difficoltà che si provano negli altri paesi. Il tutto si riduce alle donne pubbliche, le quali trovo ora che sono molto più circospette d’una volta, e in ogni modo sono così pericolose come sapete”.

I viaggi e la morte

Come è facilmente comprensibile da tale lettera, Giacomo Leopardi fu deluso dal suo soggiorno romano, a causa delle frivolezza delle donne e dalla meschinità degli uomini. L’unico momento esaltante, durante il quale si commosse, fu quando visitò la tomba di Torquato Tasso sul Gianicolo. Alla fine, Giacomo non poté fare altro che tornare a Recanati, ma ne ripartì subito per andare altrove. In questo periodo di tempo il poeta-filosofo girò le più grandi e belle città d’Italia: Milano, Bologna, Pisa e Firenze. Proprio qui conobbe un esule napoletano, anche lui di buona famiglia e “latin-lover”, Antonio Ranieri, con cui si trasferì a Napoli. Proprio qui morì nel 1837, aveva 39 anni. In quel periodo a Napoli imperversava una forte epidemia di colera.

La Natura Matrigna

Il pessimismo di Leopardi si basa sul concetto meccanicistico dell’universo, ereditato dal pensiero illuministico nel corso del suo passaggio dalla Fede cristiana all’ateismo. Meditando su tale concezione, egli giunse facilmente a tale risultato: tutto è materiale, il meditare qualcosa di spirituale è del tutto irrilevante. Per Leopardi vige una sola “divinità”, se tale può essere chiamata: la Natura Matrigna, che opera secondo un fine non ben definito, anche a discapito dei suoi figli, gli esseri umani. Per Leopardi, anche se l’intera razza umana dovesse sparire per un cataclisma, ciò dinanzi agli occhi della Natura sarebbe del tutto indifferente.

La triste esistenza umana

Tutto è soggetto al cambiamento, alla trasformazione, uomo incluso. La vita umana per Leopardi non ha dunque un senso, il mondo non esiste per far felice questo essere vivente bipede dotato di intelletto, anzi la vita è una passione, un’insieme di sofferenze che trovano annullamento nel buio eterno della morte. Che cos’è l’uomo per Leopardi dunque? Lo potremmo paragonare a qualcosa di infinitamente insignificante, una pagliuzza sconvolta dal turbinio del vento, oppure una goccia d’acqua facente parte del vasto oceano. Giacomo Leopardi rimase per tutta la vita fedele alla sua concezione materialistica dell’universo, ironizzando su chi parla della grandezza dell’essere umano su tutte le altre creature viventi.

Un illuminismo tutto sommato odiato

Se le concezioni ateistiche e meccanicistiche della vita per i più grandi esponenti dell’illuminismo erano motivo di fierezza e vanto (il tutto si riduceva al culto della dea Ragione), per Giacomo Leopardi questa consapevolezza fu motivo di dolore e tristezza, in quanto, non esistendo Dio, non esistendo alcun concetto di Provvidenza o di riscatto come solo il Cristianesimo può insegnare, l’uomo è prigioniero di una materia irrazionale in totale cambiamento, un essere limitato proprio dalle regole meccanicistiche di una natura vista in senso altamente dispregiativo e negativo.

Un “eterno adolescente”

Il problema di Giacomo Leopardi fu quello di essere rimasto un “eterno adolescente”. Tutti noi abbiamo passato questa fase della vita dolce-amara, in cui proviamo un forte disprezzo verso tutto ciò che appare ai nostri occhi ingiusto e superficiale, ribellandoci alle regole ed alle convenzioni della società. Tuttavia, una volta cresciuti, ridimensioniamo i nostri grandi ideali “patriottici” cercando la felicità (anche un po’ egoisticamente) non in un mondo migliore, ma nel lavoro, in una compagna e nella creazione di una famiglia. Giacomo Leopardi, da questo punto di vista, non “crebbe mai”, nutrendo sempre un conflitto interiore che lo accompagnerà per sempre nella vita. Durante il soggiorno napoletano, negli ultimi anni, tuttavia, sembra che il suo pensiero stesse iniziando a cambiare, parlando nella poesia La Ginestra di un sodalizio del genere umano, contro la forza distruttrice della Natura. Uno spiraglio di luce all’interno della sua poetica basata sul pessimismo cosmico? Non lo sapremo mai, in quanto avrebbe lasciato questo mondo poco tempo dopo.

la poesia più importante di Giacomo Leopardi L’INFINITO

L’infinito (1818 e il 1819)

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare

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Marco Della Corte
Sono nato a Capua (Caserta) il 4 agosto 1988. Da sempre amante, della letteratura, giornalismo, mistero, musica e cultura pop (anime, manga, serie tv, cinema e videogames). Ho mosso i primi passi su testate locali come Il Giornale del Golfo e la Voce di Fondi, per poi passare a testate più mainstream come Blasting News, Kontrokultura e Scuolainforma. Regolarmente iscritto presso l'ODG Campania come pubblicista, sono laureato in Filologia classica e moderna. Attualmente insegno come docente di materie umanistiche tra liceo classico e scientifico. Ah, dimenticavo: la cronaca nera è il mio pane quotidiano!