Il Capitano Ricci e Osvaldo Valenti: destini incrociati

Le ragioni che decretarono la morte dei due protagonisti

Osvaldo Valenti, Luisa Ferida e il Capitano Ugo Ricci

Il destino del Capitano Ugo Ricci degli Autieri s’incrociò con quello del divo del cinema Osvaldo Valenti il 3 ottobre del 1944. L’Italia era dilaniata da una guerra civile, che vedeva fronteggiarsi nazisti, repubblichini, partigiani rossi e bianchi. Una parte della resistenza, quella d’ispirazione comunista, individuava dopo l’8 settembre l’opportunità di realizzare nel Paese la rivoluzione che aveva infiammato la Russia nel 1918. I gruppi di partigiani più moderati svolgevano la loro lotta secondo quanto aveva espresso il Colonnello dei Carabinieri Edoardo Alessi che, assunto il comando della divisione partigiana “Valtellina”, così scrisse: «I comandanti dei reparti, i quali tutti con alta saggezza hanno già convenuto sulla necessità di questo passo, facciano presente ai loro uomini che a noi incombe il dovere di tutto tentare perché non s’inasprisca la guerra civile e perché il braccio dei traviati sia disarmato dalla libera persuasione, anziché dalla violenza».

Le diverse finalità della resistenza

Il problema che si poneva questa corrente moderata della resistenza, che vide tra i protagonisti anche il Comandante “Bisagno” Aldo Gastaldi, era quello di permettere a una nazione, terminata la guerra, di ritrovare pace al suo interno su presupposti di tolleranza e rispetto reciproco delle genti, senza la macchia dell’ingiustizia e della violenza priva di reali ragioni. Il movimento partigiano doveva distinguersi dalle atrocità commesse da nazisti e fascisti repubblichini; purtroppo, ancora oggi, viviamo le conseguenze di ciò che avvenne in quegli anni. Ma torniamo ai due protagonisti, iniziando dalla tragica fine del Capitano Ugo Ricci.

L’azione di Lenno

«Venne quindi decisa l’azione di Lenno. Motivo: catturare il Ministro Buffarini-Guidi, sottrarre documenti importanti e quindi ottenere uno scambio di prigionieri. La sera del 3 ottobre, Ricci e i suoi uomini scesero dalla montagna verso Lenno. Il capitano era dubbioso, sentiva quasi per istinto che si celava un tradimento. Per evitare perdite eccessive, anticipò l’azione, ma purtroppo, come aveva immaginato, i militi della Guardia Nazionale Repubblicana erano ad attenderli. Fu uno scontro cruento e disperato e la battaglia di Lenno si concluse tragicamente con la morte del valoroso Capitano e di alcuni suoi uomini. L’onestà e la lealtà di Ricci sarebbero state un grande ostacolo ai profittatori del momento».

Il racconto di Francesco Maldini

Così scriveva Marisella Sormani, staffetta partigiana e fidanzata del capitano Ugo Ricci. Un’altra testimonianza è quella di Francesco Maldini, al fianco di Ricci durante l’irruzione: «Partimmo per Lenno alle 15,30. Giovanni Leoni “Giovannone” e il maggiore Titta Cavalleri non si erano presentati. Ricci masticava amaro, ma decise ugualmente di dare il via all’azione. Entrò, pistola in pugno, e fu subito colpito. I fascisti li fece fuori “Mucett” da dietro un pilastro, a raffiche di mitra. Fuggiamo. Ritorniamo coperti dal fuoco di “Mucett”. Io e “Vincenzo” prendiamo il capitano per le braccia. Rantolava. Accorre il tenente medico. Gli usciva il cervello. Lo abbiamo nascosto in un cascinale sotto il fieno. Poi abbiamo soccorso gli altri feriti, fuggendo verso la montagna: stavano arrivando da Como i camion carichi di tedeschi. Se fossimo scesi a mezzanotte, come concordato con gli altri gruppi, non si sarebbe salvato nessuno di noi». Repubblichini e nazisti sapevano il luogo, il giorno e l’ora, ma qualcuno non si presentò all’appuntamento concordato, forse sapendo che i fascisti erano pronti ad attenderli e sarebbe stato un massacro. La notizia del tradimento e dell’uccisione dei partigiani si diffuse immediatamente e si proseguì a parlarne anche dopo la liberazione.

La ricostruzione di Giorgio Pisanò

Interessante la ricostruzione del giornalista Giorgio Pisanò sulle colonne del “Meridiano d’Italia”: «C’era la luna piena, quella sera, Erano le 20. All’interno del bar c’erano dodici fascisti di Pisa. Il loro comandante era l’avvocato Checcucci. Sapevano che entro la mezzanotte sarebbe scattata una incursione di partigiani e si tenevano pronti. Ma alle ore 20 si spalancò la porta ed entrarono quattro uomini in borghese. “In alto le mani” intimò il capitano Ricci. Ma di colpo, persone che stavano alle sue spalle aprirono il fuoco contro i fascisti. L’avvocato Checcucci fu crivellato di colpi. Mi gettai sotto il bancone. Sentii un urlo: “Tradimento!”. Era stato il capitano Ricci a gridare. Con i suoi tre compagni uscì dal bar, ma furono abbattuti da raffiche di mitragliatrice». Pisanò scrisse che la mitragliatrice era stata piazzata su un muretto a cinque metri dall’ingresso del bar e che quella sera il Ministro Buffarini-Guidi non era neppure in zona.

Il giuramento di San Pancrazio

Nella storia della resistenza comasca, la figura del Capitano Ricci è leggendaria, anche se più di un sospetto aleggia sulla sua fine. Era nato in una ricca famiglia borghese e, arruolatosi nel Regio Esercito, divenne Capitano degli Autieri: Arma dei trasporti e dei materiali alla quale apparteneva anche Sandro Pertini. L’8 settembre lo sorprese a Cantù e molti dei suoi commilitoni decisero di fuggire in Svizzera; lui, con pochi amici, scelse di recarsi in Val d’Intelvi per organizzare un nucleo partigiano e combattere i tedeschi e i fascisti. Come la famiglia, aveva una profonda fede religiosa e il suo orientamento politico era moderato, fedele alla monarchia. Infatti, con l’aiuto di don Carlo Sacchi e l’adesione di 19 partigiani, il 14 dicembre del 1943 prestò un solenne giuramento nella chiesa di San Pancrazio a Ramponio. Questo il testo: «Giuro di impegnare tutte le mie energie morali e materiali per il raggiungimento di uno stato di libertà e di giustizia in Italia e di eseguire tutti gli ordini che a tale scopo mi verranno dati contro i nemici fascisti e tedeschi.»

L’agguato al battaglione “Vega” della X Flottiglia MAS

La sua azione forse più eclatante fu quella al Collegio di Sant’Ambrogio di Tavordo di Porlezza, divenuto presidio del battaglione “Vega” della X Flottiglia MAS. In essa operava il celebre attore Osvaldo Valenti, protagonista di film come “Un’avventura di Salvator Rosa”, “La cena delle beffe” o “Ettore Fieramosca” che, davanti al muro della fucilazione, sussurrò alla compagna, la bellissima attrice Luisa Ferida: «Amore, hai detto che volevi seguirmi ovunque, fino alla morte. Questo è il momento». Il destino fu beffardo con Osvaldo Valenti, che nel cinema del Ventennio non aveva mai indossato i panni dell’eroe fascista, ma quelli del personaggio negativo, subdolo, l’esatto opposto di quelli interpretati da Massimo Girotti, Amedeo Nazzari o Gino Cervi: attori che proseguirono la brillante carriera anche in tempo di pace.

Condanna e fucilazione di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida

È il 30 aprile 1945 e Luisa Ferida ha un bambino in grembo. In una mano, stringe una coppia di scarpine azzurre per il futuro bimbo. L’accusa è quella d’aver collaborato con la famosa “banda Koch” che torturava i partigiani a Villa Triste: accusa mai dimostrata e poco credibile, visto che Valenti e la Ferida, giudicandosi innocenti, si consegnarono spontaneamente ai partigiani subito dopo la liberazione. Ma Sandro Pertini, rivolgendosi a Maronzin che non sapeva quale decisione prendere ed era convinto della loro innocenza, ordinò: «Fucilali e non perdere tempo. Questo è un ordine tassativo del Comitato di Liberazione Nazionale. Vedi di ricordartene!». Maronzin non fu mai querelato da Sandro Pertini, che neppure smentì quella ricostruzione dei fatti.

Entrambi erano innocenti

A guerra finita, la Corte d’ Appello di Milano sentenziò che la Ferida e Valenti non furono giustiziati, bensì assassinati, poiché non avevano commesso alcun reato e la colpa della Ferida era stata solo quella d’aver amato Osvaldo Valenti. La loro casa fu immediatamente svaligiata e i partigiani della “Pasubio” portarono via un vero tesoro del quale si perse ogni traccia. Ma torniamo al Capitano Ricci e alla cattura di Osvaldo Valenti che, insieme alla sua avversione per il progetto comunista, ne decretò forse l’uccisione con il tradimento.

Valenti e Ricci, i loro destini s’incrociano

La notte del 3 ottobre 1944, il Capitano sorprese il milite di guardia e lo costrinse, nel più assoluto silenzio, a condurre il gruppo di partigiani nella camerata dove dormivano quelli della X MAS. Appena entrati, mitra alla mano, Ricci intimò a tutti di arrendersi e avrebbero avuto salva la vita. Nessuno degli uomini del principe Junio Valerio Borghese ebbe il coraggio di reagire e l’azione si concluse con un bottino di 18 mitra e una mitragliatrice pesante. Osvaldo Valenti si complimentò con il Capitano Ricci, che era riuscito a catturarli senza spargimento di sangue, e tra i due sorse un rapporto di simpatia, tanto che l’attore regalò a Ricci una giacca in orbace e il capitano ricambiò con un coltello a serramanico.

Una visione cavalleresca e avventurosa della guerra

Osvaldo Valenti era un uomo estremamente colto: parlava sei lingue ed era entrato nella X MAS con una visione cavalleresca della guerra, avventurosa e quasi cinematografica. Non essendo particolarmente addestrato con le armi e avendo 39 anni, il suo compito si riduceva a quello di collegamento con la vicina Svizzera per recuperare approvvigionamenti al battaglione. Non aveva sparato un solo colpo.

Cresce l’ostilità contro Ricci

Quando ai partigiani comunisti della zona di Como giunse la notizia che Ricci non aveva freddato i repubblichini della X MAS ma solo disarmati, l’ostilità nei suoi confronti crebbe a dismisura e allora si tentò di controllarne l’azione, inglobandolo nei ranghi della 52° Brigata “Garibaldi”: era un soldato esperto, di grande valore e serviva al successo della resistenza. Ma Ricci rifiutò, perché la Brigata “Garibaldi” era troppo politicizzata e il suo intento, come quello di altri, non era quello di fomentare la guerra civile. Fu evidente, quindi, che il Capitano non avrebbe mai supportato un progetto rivoluzionario e probabilmente si sarebbe schierato contro, nel caso in cui avesse trovato una via per realizzarsi.

Il primo tentativo

Un gruppo di partigiani, comandati da Giovanni Leoni, detto “Giovannone”, lo catturò con l’accusa di “tradimento e intesa con i fascisti”. Poche ore dopo, però, fu liberato armi in pugno da uno dei suoi: Vittorio Cattaneo, detto “Mucett”. Ricci commentò in questo modo l’accaduto: «Preferisco dimenticare per ora quello che è successo. Ne riparleremo a guerra finita».

Il secondo e il definitivo

Il Capitano proseguì nella sua guerriglia contro tedeschi e fascisti, ma non s’arrestò l’azione di contrasto nei suoi confronti. Fu accusato di essersi appropriato di soldi destinati al Comitato di Liberazione Nazionale – ma si scoprì subito che quel denaro gli era stato inviato dal padre – e successivamente avvenne l’imboscata del 3 ottobre 1944 nella quale lui e altri partigiani persero la vita.

Massimo Carpegna