Leonardo Da Vinci e la città ideale

Le soluzioni avveniristiche del genio rinascimentale

Quest’anno ricorrono i 500 anni dalla morte di Leonardo Da Vinci; infatti, il maestro ci lascia il 2 di Maggio del 1519. Muore quindi in Francia al tempo di Francesco I°, che gli aveva assegnato non solo una confortevole residenza, ma anche un salario annuo piuttosto cospicuo del quale, tuttavia, non conosciamo con esattezza la ragione per cui glielo avesse attribuito.
Da una descrizione lasciata dal segretario del Cardinale D’Aragon, allora presso la corte di Francia, sappiamo che il pittore, al momento del suo arrivo e cioè nel 1517, era un sessantacinquenne che dimostrava più di settant’anni! Era infatti molto provato nel fisico a causa di una parziale paralisi, che lo limitava in molte cose; tuttavia, negli ultimi anni della sua vita, non smise certo di disegnare e i suoi elaborati sono stranamente intrisi di forza vitale e di una emozione quasi infantile.

La vita di Leonardo Da Vinci

La vita di Leonardo, vera o fatta leggenda, ha interessato tutti; da più di 500 anni, infatti, molto si è scritto di lui e non tutto corrisponde a verità, in quanto tanto è stato ampliato o arricchito di particolari esagerati al fine di fare di lui il “Genio”, l’unico capace di riassumere in sè arte, scienza, progresso e capacità di prevedere cose che, solo molto tempo dopo la sua morte, hanno assunto l’importanza d’invenzioni codificate.

Nella realtà, Leonardo non amava l’esagerazione: era un uomo moderato e spesso, lo dicono i suoi appunti, e sovente trattò dei pericoli costituiti dalla superbia immotivata e dall’appagamento dato dal proprio senso di autostima. Crede invece fermamente nei benefici che si ottengono grazie alla consapevolezza, all’umiltà e all’impegno costante ed indefesso.

Più o meno, tutti conosciamo il suo aspetto, soprattutto da un autoritratto conservato a Torino, in cui lo vediamo rappresentato in età matura con lunghi capelli e una fluente barba. Non sono molti i ritratti di cui essere certi, perché lui non amava ritrarsi nè essere ritratto, nondimeno sappiamo che quasi sicuramente si rappresentò nel volto dell’uomo di Vitruvio. Lo vediamo anche ritratto da Raffaello nelle vesti di Platone, nell’affresco dedicato “Alla Scuola di Atene” per le “Stanze del Vaticano”.

Se qualcuno di voi ha avuto l’opportunità d’osservare la statua bronzea del “David” di Verrocchio, potrà dire di aver visto nelle caratteristiche fisionomiche dell’eroe biblico fanciullo, quelle di Leonardo quattordicenne, allora allievo presso la bottega del grande pittore fiorentino.

Leonardo e la sua bellezza

Leonardo, quindi, fu un uomo di bella presenza, atletico, divertente e capace di saper intrattenere, anche perché, oltre al dipingere e allo scolpire, sapeva suonare. Era “musico” e, naturalmente, inventore di strumenti musicali!
Di animo generoso e gentile possiamo dire che fosse benvoluto dai suoi contemporanei, eccetto che dal giovane astro nascente Michelangelo. Ma l’invidia, si sa, non alberga solo negli animi delle nullità quando si rapportano con chi è a loro superiore per talento e statura morale. Al di là di tutto ciò, è la storia e non le chiacchiere a portarci a considerare quest’uomo un grande, ma un po’ inconsapevole della sua grandezza: caratteristica comune ai veri geni.

Come abbiamo conoscenza, si occupò di un’infinità di cose, moltissime delle quali concrete, atte a risolvere problematiche reali, come opere d’idraulica, di meccanica, d’attacco e di difesa, rivestendo per buona parte della sua vita il ruolo di ingegnere. Per ciò che riguarda la sua produzione artistica, sappiamo che, soprattutto nella pittura, amava l’introspezione psicologica e che la sua ricerca mirava alla capacità della figura dipinta di comunicare con l’osservatore. L’artista fu uomo profondo, capace e volto a comprendere l’individuo nella sua interezza, forse proprio perché non ebbe mai una vita facile, sin dalla fanciullezza.

Leonardo Da Vinci e la sua devozione all’urbanistica

Dopo questo preambolo, l’attenzione che Leonardo dedicò all’urbanistica non possiede ampio materiale e, di conseguenza, questa trattazione sarà volta a spiegare, attraverso l’evolversi del concetto di città nella storia, in cosa consiste la modernità del “genio” anche in questo campo.

Leonardo e la città ideale

Il tema “Leonardo e la città ideale” farebbe presupporre che, nel Rinascimento, gli artisti, gli urbanisti, gli architetti, gli uomini di potere, abbiano sentito il desiderio di cambiare una situazione comune alla quasi totalità dei centri urbani, affrontando problematiche alle quali nessuno aveva mai pensato prima. In verità, non fu così, perché lo afferma la storia dove, in più casi, manifesta che la necessità e l’aspirazione di dare ordine e organizzare l’abitato, fosse stato un tema più volte affrontato.

Questo concetto ha percorso l’intera cammino dell’umanità urbanizzata: infatti, andando oltre alla necessità di costituire un insieme di persone che occupano lo stesso territorio per assicurare la sopravvivenza, sono sempre esistiti altri fattori di cui tener conto e che sono la gerarchia di potere e l’assetto della società. Già nell’antichità si era cercato di dare un ordine urbanistico e sociale con la ricostruzione di Mileto, dopo la devastazione persiana. Fu infatti, Ippodamo da Mileto a pensare ad un ordine di città che fondava il proprio esistere su uno schema rigorosamente ortogonale delle vie e dell’abitato. Affermiamo, però, che questo desiderio di organizzare gli spazi, ebbe origine da una necessità di perpetrare o consolidare i rapporti di forza e gli assetti delle gerarchie sociali. Mi spiego con un esempio: se guardiamo uno dei villaggi dell’antico Egitto, con le fragili abitazioni sovrastate dalla monumentalità dei templi e dei palazzi, constatiamo che il concetto espresso è quello di confermare la natura dispotico-sacerdotale di quella civiltà.

Analizziamo quale fu le realtà in Italia negli anni precedenti il Rinascimento e il Medioevo. Era stata quella di Roma, che aveva previsto un impianto ortogonale con l’incontro del Cardo e del Decumano nel centro, dove si trovava il Foro, e che in qualche maniera derivava dal Castrum. Quasi sempre la pianta della città romana era rettangolare ed era cinta da mura. Nell’Alto Medioevo si assiste invece ad una contrazione dell’idea di città, che spesso veniva abbandonata per diverse ragioni, molte delle quali coincidevano con la calata dei barbari e si osservava invece il proliferare di piccoli insediamenti autosufficienti, protetti da mura e con un’economia chiusa.

Il boom della vita urbanistica

Dopo l’anno 1000 appare il riaffermarsi della vita urbana e le città proliferano di persone e perciò crescono anche in grandezza, però senza osservare tipologie di costruzione e con case vicine le una alle altre e strade disordinate. Precedentemente avevo fatto riferimento alle città greche, proprio perché nel Rinascimento, a causa anche dell’affluire di dotti greci specie a Firenze dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453 in mano ai Turchi, si verifica il fenomeno che vede da parte dell’uomo quattrocentesco la riappropriazione dell’arte greco-romana e dell’architettura classico-romana, grazie al contatto diretto con queste persone.

Con lo studio in genere degli antichi, soprattutto dei filosofi come Platone e Aristotele e il conseguente concetto della centralità dell’uomo, in questo fecondo periodo torna il tema della città ideale. Ci fu un grande fervore in questo senso e sappiamo che l’aspirazione da parte dei grandi uomini di potere di allora e degli architetti che venivano incaricati, fu quello di riuscire a realizzare questo nuovo organismo carico di significati, che per lo più rimase sempre a livello di utopia; la città ideale, infatti, fu un concetto di insediamento urbano progettato o purtroppo solo immaginato e quasi mai messo in pratica.

Sappiamo che anche Leonardo Da Vinci, tra i vari studi affrontati, aveva rivolto l’attenzione ai grandi classici come Vitruvio del quale aveva approfondito il “De Architettura”, in cui lo stesso definiva l’architettura quale scienza, anzi la elevava al primato, in quanto contiene praticamente tutte le altre forme di conoscenza. Il trattato diceva che l’architetto doveva avere nozioni di matematica, di geometria, di anatomia e medicina (conoscere le proporzioni umane – la salubrità degli edifici e delle città); doveva conoscere l’ acustica, l’ottica, la meccanica, l’idraulica etc. etc. Tutti argomenti verso i quali Leonardo nutrì un grandissimo interesse e che applicò in tutti campi in cui gli permisero di poterlo fare.

Torniamo alla nostra città ideale che nel 400 fu l’aspirazione che stimolò la riflessione sulla realizzazione di uno Stato perfetto, retto da filosofi e sapienti in grado di garantire l’armonia delle diverse sfere, che componevano la vita comune come quella economica, politica, religiosa, sociale e culturale. La città ideale doveva quindi rappresentare il buon governo che era determinato dal sodalizio dell’operare politico retto ed equilibrato e l’applicazione di criteri urbanistici elaborati secondo calcoli rigorosi, che dovevano dar vita a forme giudicate perfette.

Il decoro legato alla retorica del vivere civile

L’idea del decoro è legata alla retorica del vivere civile: concetto assai vivo nel Rinascimento, soprattutto quando veniva fatto proprio da Principi che se ne servirono spesso come elemento di auto-celebrazione. Federico da Montefeltro fu uno di questi e sappiamo che durante gli anni di governo tra il 1474 e il 1482, investi tutti i proventi derivati dalle campagne militari (era un mercenario) nel rinnovamento politico, urbanistico ed architettonico di Urbino, trasformando la cittadella fortificata di foggia medioevale, con strade tortuose e strette ed edifici ammassati, in un centro urbanistico rinascimentale.

In sostanza, tutto questo modo di pensare all’uomo e alle cose che stanno intorno a lui quale centro dell’universo, ci riporta al concetto del carattere divino delle proporzioni e all’origine matematica della bellezza.

Come doveva essere la città ideale

Un esempio pittorico in tal senso, chiaro e riferito a come doveva essere una città ideale, è rappresentato dalla famosa “Tavola di Urbino” in cui ci appare chiara la concezione poc’anzi espressa. Tutto è rigorosamente concepito attraverso schemi geometrici e matematici: la luce tersa e cristallina si rifà ad una luce divina e la visione ci riporta all’immobilità del tutto. Si ritiene, visto che l’autore dell’opera è sconosciuto, che il dipinto possa essere stato eseguito da Piero della Francesca nella cui produzione pittorica rileviamo sempre questa rarefazione dell’aria e questo immobilismo. L’immobilità rappresenta la perfezione, che non cambia, non diviene, non si modifica per cui è immobile.

Questo era l’ambiente in cui operava Leonardo, che non aderì mai a questo modo di vedere le cose attraverso concetti filosofici, perché in effetti di filosofia si tratta e non di risoluzione oggettiva di problematiche che riguardavano la vita concreta della città. Sappiamo che Firenze per eccellenza fu una città in cui prese piede la filosofia di Platone, che appariva la più vicina al cristianesimo e sappiamo inoltre che furono coinvolti la maggior parte degli uomini di cultura e di potere come Lorenzo il Magnifico, il filosofo Marsilio Ficino, Botticelli e tanti altri, per cui la tendenza dei più era quella di vedere tutto attraverso questo tipo filosofico di visione.

Leonardo non si allinea; anzi, si dice, avesse sviluppato un atteggiamento d’insofferenza verso questo modo di astrarre le cose. Lui continua ad essere un cultore della scienza e della realtà manifesta: caratteristica che applicherà anche nei confronti della religione. Infatti, in più di un’opera a soggetto religioso, ci accorgiamo che per Leonardo il miracolo non è qualche cosa che ci viene dall’alto, in quanto Dio ha rivolto verso noi lo sguardo o ha ascoltato le nostre preghiere, ma è un fenomeno che ora non comprendiamo, ma che un giorno saremo in grado di svelare. Quindi, il nostro genio va per conto suo, rivolgendo sempre e comunque l’attenzione alla scienza e al perché delle cose.

Come poteva essere la città ideale per Leonardo?

Sicuramente non poteva essere un ambiente asettico in cui l’uomo, anche se al centro dell’universo, avrebbe fatto fatica a vivere una realtà umana. Leonardo parte dall’analisi dei problemi oggettivi della città. Abbiamo detto che la città nel Rinascimento conserva ancora lo schema della cittadella medioevale con tutte le problematiche conseguenti. Infatti, anche se il Rinascimento è l’epoca dei grandi ducati, delle tenute residenziali meravigliose, delle grandi fortezze e dei duchi e duchesse che vestivano di broccato, la città, nella sua realtà storica, era sporca, maleodorante: un brulichio di uomini e bestie, con catapecchie addossate ai palazzi e le fogne a cielo aperto.

Gli edifici non hanno una suddivisione razionale al loro interno: le stanze danno le une sulle altre senza corridoi. Le case sono buie, l’acqua potabile è assicurata solo dai pozzi, la sporcizia invade e ricopre le strade molto strette ed anche l’igiene personale è precaria. Topi e parassiti hanno il loro habitat perfetto, per cui in tali frangenti si propagano le epidemie.

Leonardo vive questa realtà anche quando si trova a Milano, ospite di Ludovico il Moro e nel 1485 assiste alla terribile epidemia di peste che decimò la città e costrinse ad abbattere un numero considerevole di edifici, che erano stati sottoposti a contagio. Ludovico il Moro, proprio a seguito di questa tragedia, incarica Leonardo di dare un assetto nuovo alla Milano che era stata sino ad allora, ed è in questo momento che il nostro genio incomincia ad occuparsi di ristrutturazione urbana, partendo dal presupposto che bisogna eliminare la sporcizia fonte di tutte le malattie.

La modernità di Leonardo

Finalmente scopriamo in cosa consiste la modernità di Leonardo, infatti lui non fa alcun riferimento all’astratta eleganza dei suoi colleghi, ma cerca invece di dar risposte alle cause dei problemi, per cui si occupa di pulizia, di traffico, di illuminazione, di inquinamento e di fatiscenza. Con le sue conoscenze sperimentali, derivate dall’osservazione dei fenomeni naturali e la cultura che aveva acquisito studiando Vitruvio, Leonardo fissa l’attenzione su ciò che deve assicurare la razionalità della città e che deve assolvere funzioni di estetica, ma soprattutto di efficienza, di salubrità e di pulizia.

É lui a stabilire che le strade devono essere larghe quanto sono alti gli edifici che vi si affacciano e che anticipa di più di 500 anni quello che i tecnici di oggi chiamano “indice di visuale libera”. Egli pensa ad una città molto lontana dal modello solare degli urbanisti del suo tempo; lui pensa alle problematiche reali.

Noi sappiamo con certezza che questo era il suo interesse principale, proprio dall’infinità di appunti che scrive sugli argomenti più disparati che riguardavano la città la quale doveva essere luogo di vita serena e ordinata e che necessitava di opere che rendessero questa condizione possibile. I famosi Codici, di cui spesso abbiamo sentito parlare, non sono altro che annotazioni e appunti scritti senza nessuna consequenzialità, raccolti nel tempo e da altri e che trattano di come sia possibile risolvere problematiche reali. Leonardo si riproponeva sempre di porre ordine a questa infinità di scritti, ma non lo fece mai.

Torniamo a ciò che Leonardo pensava per la città ideale, luogo che per forza di cose doveva rivoluzionare tutto l’impianto urbanistico inteso sino ad allora, soprattutto per ciò che riguardava la salubrità dell’abitato. Per il genio rinascimentale, la gestione dell’acqua sarebbe servita ad allontanare qualsiasi tipo di lordura. Si attiva, infatti, a progettare un sistema di canali sotterranei geometricamente organizzati con pendenze che risolvevano i problemi degli scarichi delle abitazioni. Sappiamo che Milano già possedeva un sistema di Navigli, serviti in tempi passati, specie quelli più grandi, anche come difesa della città dal Barbarossa, ma che soprattutto venivano utilizzati quali vie di comunicazione. I navigli rappresentano un grande interesse per lui e Leonardo vi si dedica per migliorarne la navigazione, collegando gli stessi, attraverso conche e chiuse, ai più grandi corsi d’acqua come il Ticino e l’Adda.

Elemento principale l’ACQUA

L’acqua sembra assumere per lui un ruolo primario perché, oltre a mondare e ad allontanare la causa delle epidemie, costituisce il volano di molteplici altre cose. Prevede anche per la città un’estensione della stessa con un quartiere dotato di portici e loggiati e concepisce per questo ampliamento, una planimetria concentrica in cui le strade partivano dal centro in modo radiale verso le porte di accesso, suddividendo il tessuto urbano in spicchi. Il centro era costituito da una piazza grande e lastricata, circondata da portici, che prevedeva quale area adibita al mercato; infatti, a fianco della stessa e nel disegno di progetto, annota la parola “spesa.”

Ma il progetto per Leonardo non iniziò così, quale prodotto istintivo del genio: nasce dallo studio topografico dell’esistente. È un fatto certo, poichè nel celebre “Codice Atlantico”, costituito da una raccolta di disegni e annotazioni datate 1490, scrive come fosse un promemoria: “Misure di Milano e Borghi”, “ Misure della Corte Vecchia”, “ Misure del Castello “, etc.etc.

Quindi, con Leonardo, abbiamo per la prima volta il rilievo in scala degli edifici e dei quartieri: operazione che gli permetteva di progettare tenendo conto del tutto. Questo nuovo quartiere così definito, non rappresentava solo la capacità di dare ordine, ma anche quella di arginare la densità edilizia di Milano, che aveva dato tanti problemi durante la peste, per cui il fine era quello di operare una vera e propria riqualificazione della città.

Nel Rinascimento esisteva già, da parte soprattutto degli illustratori e dei trattatisti, il desiderio di rappresentare scorci e vedute della città, quale identificazione dei centri abitati, fornendo dei veri e propri ritratti dei siti. È in questo periodo che si diffondono gli “Atlanti di città”, con tanto di immagini del tutto realistiche, anche perché gli illustratori utilizzavano la grande invenzione quattrocentesca della prospettiva pittorica lineare, inventata e codificata da Leon Battista Alberti. Molti di questi “Atlanti” avevano anche un fine legato alle esigenze militari dei vari Signori.

Quindi, in contemporanea a Leonardo, altri studiosi e urbanisti pensavano alla razionalità della città, che per forza di cose doveva seguire un impianto a scacchiera, con strade ortogonali tra loro e rettilinee. La strada ortogonale, ma soprattutto rettilinea e larga, impedisce le barricate, si presenta estremamente decorosa e facile da controllare. La cerchia delle mura si amplia e viene adattata alle nuove tecniche di guerra affermatesi con l’introduzione delle armi da fuoco. Si ristrutturano i palazzi del potere, si riqualifica l’area della Cattedrale e si costruiscono edifici pubblici come gli Ospedali. Argomenti dei quali si occupa anche Leonardo, che sappiamo molto interessato alle fortificazioni e alle macchine per la difesa della città, oltre che alla gestione delle acque.

Leonardo da Vinci il genio!

La razionalizzazione della città, per una miglior fruizione della stessa, è quindi argomento che interessa a molte persone, ma nessuno di costoro pensò ad una città in tutto e per tutto diversa da quella esistente ed è qui che Leonardo dimostra di essere un genio anzi “il genio”!

Il suo progetto era molto più che innovativo, perché richiama alla mente le città futuriste e le odierne megalopoli, soprattutto nell’intendimento di separare le diverse funzioni, come quella residenziale, quella commerciale e quella di traffico e trasporto, immaginando una suddivisione in verticale. Il modello che si propone è quello di immaginare uno spazio suddiviso in piani, dove il trasporto delle merci avviene per via d’acqua attraverso canali costruiti sotto agli edifici con un sistema di chiuse e conche che rendevano possibili l’abbassamento e l’innalzamento delle acque, al fine di facilitare la navigazione. Il piano superiore assolveva alla funzione del trasporto carrabile e pedonale con magazzini o cantine indicate da lui come ”canove”, mentre il terzo era luogo per il passeggio “de li gentili”, per i portici e per i palazzi di qualunque natura fossero. I piani erano indipendenti gli uni dagli altri e collegati tra loro da un sistema di scale.

Ovvio che, alla soluzione urbanistica, Leonardo aveva anche pensato alla necessità di utilizzare la meccanica, con lo studio di macchine come quella che serviva al trasporto dell’acqua verso l’alto, perché le vie di comunicazione carrabile e pedonale dei piani superiori, avevano necessità di essere pulite e lavate almeno una volta all’anno. Il grande ingegno quindi consiste non solo nell’intuire le soluzioni, ma anche renderle possibili come in questo caso, in cui lui seppe applicare concetti di idraulica e meccanica alla bellezza dell’architettura. Se questo progetto fosse stato realizzato, oggi, noi avremmo potuto migliorarlo solo con la scoperta dell’elettricità e dell’automazione che deriva da essa.

Perchè il progetto di Leonardo non fu realizzato?

Oggi ci domandiamo perché un tale progetto non sia stato realizzato, anche se i disegni erano tutt’altro che astratti e fantastici, come ad esempio possiamo dire del progetto portato avanti da un trattatista come Filarete nella sua “Sforzinda”. Anche in quel periodo le motivazioni furono economiche, perché i mezzi di allora non permettevano con le risorse disponibili, di scavare dei canali al di sotto dei palazzi. Contemporaneamente, il contesto politico era fortemente instabile, come oggi del resto.

Inoltre, fu anche colpa di una immaturità concettuale dei tempi, perché né Ludovico il Moro, né il grande illuminato Lorenzo il Magnifico, unitamente agli stessi abitanti, erano preparati ad uno stravolgimento totale della città. A tutto ciò possiamo aggiungere anche un’altra componente che, pur riconoscendo a Leonardo l’audacia nel progettare, lo vedeva come colui che incominciava cento cose e non ne portava a termine nessuna o ben poche, per cui venne anche meno la fiducia. In quel tempo, però, esisteva anche l’opposizione costituita da quegli artisti locali che rimanevano attaccati alla tradizione lombarda, con architetture sovraccariche di decorazione e che consideravano Leonardo troppo strano, per cui questo ambiente e la politica non permisero di portare avanti un discorso veramente innovativo.

Nel 1499 il nostro genio conosce a Milano Cesare Borgia, detto il Valentino dopo aver acquisito il ducato di Valentinois, il quale, dopo poco tempo e precisamente nel 1502, lo assolda per mansioni che comunque erano legate alle continue campagne militari. Il “Valentino” aveva conquistato la Romagna e incaricò Leonardo di operare rilevazioni mirate a delineare le mappe delle varie città sotto il suo dominio, per cui l’artista viaggiò per più di dieci mesi attraverso i territori conquistati, edificando, progettando ristrutturazioni di fortezze e opere di protezione, come quella che doveva proteggere Cesenatico dai flutti. Tra tutte queste opere, si dovette occupare anche del fortilizio di Imola, che era stato danneggiato durante l’ultimo assedio e aveva necessità di essere rafforzato. Così cominciando a disegnare la ristrutturazione interna della fortezza, fini con il tracciare tutta la mappa di Imola.

Il sistema di misurazione adottato da Leonardo era estremamente complesso, in quanto avveniva per “camminamento” e per punti identificati con gli spigoli degli edifici. Partiva quindi da uno spigolo e con un sistema di triangolazione contava i passi che lo separavano dalla struttura successiva. Annotava rigorosamente su di un taccuino il numero dei passi e i punti, disegnando poi attraverso questo metodo la pianta della città. Si dice che gli abitanti di Imola fossero molto divertiti nel vedere quest’uomo cosi intento e preso dalla sua conta.

Perché questa planimetria di Imola è così importante?

Perché è la prima mappa zenithale di una città. La fece in scala 1:3300 interamente colorata per identificare con chiarezza vie, quartieri, piazze, giardini privati e quanto era del tessuto urbano del sito. L’incarico, quale ingegnere militare, topografo e quant’altro per Cesare Borgia, non durò molto, anche perché conobbe da vicino il “Valentino” e l’efferatezza di cui era capace. Si dice che rimase sconvolto da un fatto di crudeltà, che vide Cesare Borgia incaricare un suo fidato esecutore di spargere terrore tra la gente con atti di sopruso e violenza e poi decidere di ucciderlo, per esporlo in piazza tagliato a metà, in maniera da far vedere come il “Valentino” puniva i malfattori. Il nostro Leonardo se ne tornò a Firenze, confidando al suo discepolo prediletto Francesco Melzi, che dell’esperienza con il Borgia le era rimasta una cappa fatta alla maniera francese, che mise poco e che regalò al Salaì (Gian Giacomo Caprotti).

Dopo questa esperienza, l’artista si trovò in una Firenze non più dominata dalla Famiglia dei Medici, ma una Repubblica condotta da Pier Soderini, che lo incaricò di dipingere nella Sala dei 500 a Palazzo Vecchio, la Battaglia di Anghiari, gomito a gomito con Michelangelo che doveva dipingere quella di Cascina. Nessuna delle due ebbe buon fine… Ma questa è un’altra storia.

Massimo Carpegna e Vanna Carpegna

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