Roma al tempo di Catullo. Parte 2

Catullo e Roma

Caio Giulio Cesare

Roma al tempo di Catullo, la seconda parte.

L’invidia di Crasso

Nonostante la ricchezza immensa, Marco Licinio Crasso provava invidia nei confronti di Pompeo e di Cesare per la loro gloria militare; lui andò a cercare la propria nella Guerra contro i Parti, che interessava poco a Roma e ancor meno ai suoi due alleati politici. Crasso organizzò un grande esercito con soldati ben addestrati ed equipaggiati e alla testa delle legioni arrivò in Turchia, a Carre. Qui scoprì di dover combattere su un terreno poco favorevole alle manovre dei legionari, piuttosto accidentato e sabbioso, sul quale si muoveva a suo piacimento la cavalleria dei Parti: eccezionale e catafratta, cioè corazzata. I cavalieri erano dotati di una lunga lancia e quando caricavano, creavano lo scompiglio, apparivano come inarrestabili e invulnerabili. Nella battaglia di Carre, Crasso assistette al massacro delle legioni romane e all’uccisione di suo figlio al quale fu tagliata la testa. Crasso fu catturato dal nemico e subì dal re Orode un’altra umiliazione, prima che lo decapitassero: il capo dei Parti, a conoscenza della cupidigia di Crasso, gli fece versare dell’oro fuso in bocca! Il Triumvirato si sciolse e diede il via ad un nuovo e cruente scontro tra Pompeo e Cesare per la conquista del potere.

Marco Tullio Cicerone

Questo il tempo di Catullo e di un altro personaggio che entrò indirettamente nella vita del poeta: Marco Tullio Cicerone, l’oratore, il filosofo, lo scrittore che per primo nella sua famiglia intraprese la carriera politica. Da sempre vicino agli Optimates e a Pompeo, divenne Console nel 63 a.C. ed ebbe la “fortuna” di sventare la più celebre congiura di tutta l’epoca repubblicana, quella ordita da Lucio Sergio Catilina: un uomo che lo storico Sallustio descrisse quale corrotto e degenerato. In verità, Catilina aveva una visione politica molto vicina a quella di Cesare ed era suo desiderio sovvertire l’oligarchia del Senato con un colpo di Stato, sostituendo questa classe politica assolutamente privilegiata nei confronti del popolo con un’altra più democratica e favorevole ad una maggiore giustizia sociale. In questo suo piano, era prevista anche la morte di Cicerone.

Lucio Sergio Catilina e la congiura contro il Senato

Quando quest’ultimo riuscì ad ottenere le prove della congiura, si presentò davanti al Senato e pronunciò quattro arringhe che passarono alla storia: le Catilinarie. Lucio Sergio Catilina fu presentato come un traditore degenerato. Dopo la prima orazione, Catilina dovette abbandonare Roma e i suoi complici furono gettati in prigione, nel Carcere Mamertino, la stessa prigione che vide Simone detto Pietro, prima che fosse crocefisso a testa in giù. Nella seduta notturna del Senato, il 5 dicembre del 63 a.C., Cicerone chiese la testa di tutti i congiurati e ottenne la loro condanna a morte, nonostante il voto contrario di Cesare. Durante la stessa notte, Cicerone fece strangolare coloro che avevano appoggiato il piano di Catilina e, per aver salvato il Senato, ottenne il titolo di Padre della Patria. Tuttavia, questo momentaneo successo costò molto caro a Cicerone perché nel 58 a.C. fu costretto ad andare in esilio perpetuo, in quanto il tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro – fratello di Lesbia, amico di Cesare e proprio su suo suggerimento – riuscì a far approvare una legge nella quale erano condannati all’esilio quei magistrati che avevano fatto votare la condanna a morte di cittadini romani, senza che costoro potessero appellarsi al popolo per commutare la pena in carcere. Questo era il caso di Cicerone nei confronti di Catilina e dei suoi seguaci. Cicerone avrebbe potuto salvarsi, avendo compiuto l’azione prima che la legge fosse approvata, ma fu costretto comunque a lasciare Roma. Tutti i suoi beni furono confiscati e anche la sua “domus” sul colle Palatino fu abbattuta.

Roma al tempo di Catullo. Leggi la Parte 1

Massimo Carpegna

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