Politica
6 referendum per una rivoluzione, la giustizia italiana è a una svolta

Decenni di dibattiti, riforme abbozzate, contrapposizione tra politica e magistratura sono gli ingredienti di un dramma che si consuma da troppi anni sulle spalle degli italiani e crescono i consensi verso sei referendum alla base di una rivoluzione, in grado d’imprimere una svolta decisiva alla giustizia italiana.
6 referendum sulla rampa di lancio per rivoluzionare il sistema giudiziario
La Lega di Matteo Salvini ha trovato una convergenza con i radicali in tema di giustizia. Unendo le forze, le due formazioni hanno messo in rampa di lancio sei referendum, depositandoli in Cassazione per poi avviare la raccolta di 500.00 firme. Se tutto marcerà per il verso giusto, e la corte Costituzionale darà il benestare, la prossima primavera 50 milioni di italiani saranno chiamati ad esprimersi su sei argomenti fondamentali in materia:
- Cambio delle regole di accesso dei magistrati a Palazzo de’ Marescialli. Oggi chi vuole candidarsi deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme solo grazie all’appoggio di una corrente. Il quesito vuole abrogare il vincolo delle firme
- Responsabilità diretta dei magistrati, cioè l’obbligo di rendere conto di decisioni sbagliate. Il cittadino leso avrebbe il diritto di chiamare direttamente in giudizio il magistrato che lo ha danneggiato
- Equa valutazione dei magistrati. Il referendum permetterebbe ad avvocati e professori universitari di partecipare al Consiglio direttivo della Cassazione e nei Consigli giudiziari, dove si valuta la professionalità delle toghe
- Separazione delle carriere tra giudici e pm, con l’obbligo di scelta della funzione giudicante o requirente all’inizio della carriera, per rompere lo spirito corporativo, visto che, fino ad oggi, il passaggio da un ruolo all’altro era una specie di porta girevole
- Limiti all’uso disinvolto della custodia cautelare, per evitare che il carcere preventivo si trasformi in anticipo di pena, violando il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza
- Abolizione del decreto Severino, che ha provocato anche la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi. Il quesito vuole abolire questo automatismo, lasciando al giudice la decisione, con maggiore margine discrezionale sui singoli casi e più equilibrio nel giudizio.
L’appoggio dei partiti del centro-destra e il sì condizionato di Giorgia Meloni
Gli altri partiti del centro-destra stanno appoggiando l’iniziativa leghista, a partire da Forza Italia che, peraltro, è già impegnata in Parlamento con emendamenti al ddl sull’ordinamento giudiziario per il sorteggio al Csm, lo stop al rientro di magistrati-politici e la separazione delle carriere.
Piena collaborazione alla raccolta firme anche da Fratelli d’Italia, ma con un distinguo che riguarda gli ultimi due quesiti. In Pratica, Giorgia Meloni appoggia i primi quattro, ma prende le distanze su custodia cautelare e legge Severino, per evitare che gli ultimi due si prestino a interpretazioni a maglie troppo larghe, e ne beneficino anche soggetti realmente colpevoli e pericolosi.
La posizione del centro-sinistra
Il partito Democratico ufficialmente è contrario ai referendum, ma è non è un fronte compatto. Il segretario Enrico Letta aveva detto il mese scorso che il referendum: “E’ uno strumento di lotta politica, ma non va da nessuna parte“, ma Goffredo Bettini, in una lettera al Foglio, non ha chiuso le porte all’iniziativa da considerare: “con attenzione e coraggio“, mentre Andrea Marcucci ha dichiarato senza mezzi termini che: “I referendum possono essere certo uno strumento molto utile“.
Inoltre, molti sindaci Pd e amministratori locali vorrebbero entrare in partita refendaria molto più decisamente, al pari di Italia Viva di Matteo Renzi, che considera i quesiti uno strumento di spinta alla riforma del ministro della giustizia Marta Cartabia e uno strumento di pressione su Letta e per isolare politicamente i grillini.
I contrasti interni al movimento 5Stelle
I 5Stelle sono divisi tra una linea governativa di riforma della giustizia e la linea più barricadiera dell’ex ministro Alfonso Bonafede di Alessandro Di Battista e Giuseppe Conte, quest’ultimo in contrasto con Beppe Grillo e in lizza per strappargli il controllo del movimento. E’ bastata la proposta di compromesso del ministro Cartabia sulla prescrizione per scatenare le liti tra grillini e contiani.
l’ex premier rischia però di essere isolato e stretto nella manovra a tenaglia messa in campo da Mario Draghi e lo stesso ex comico genovese, che si sentono spesso al telefono per trovare una linea comune che getti acqua sul fuoco. I referendum possono quindi agire come detonatore di nuove deflagrazioni nel movimento che è sempre più dilaniato all’interno.
La reazione della magistratura
Il presidente dell’associazione Nazionale Magistrati Giuseppe Santalucia non ritiene affatto che i sei referendum siano la rivoluzione giusta che imprimerà la svolta alla giustizia italiana e ha puntato il dito contro l’iniziativa che esprimerebbe: “Un giudizio di sostanziale inadeguatezza dell’impianto riformatore messo su dal Governo e fa intendere la volontà di chiamare il popolo ad una valutazione di gradimento della magistratura...Credo che spetti all’Anm una ferma reazione a questo tipo di metodo”.
Parole poco concilianti che hanno scatenato la reazione indignata di Matteo Salvini e degli altri promotori ma, in realtà, anche la magistratura non è una falange macedone. L’ex vicepresidente del Csm Michele Vietti è tra i sostenitori dell’iniziativa perché chiama la gente a dare un spinta in tema di giustizia:
“Da due anni monta l’indignazione collettiva per gli scandali, da Palamara ad Amara, ma nulla è stato fatto. La politica si è dimostrata totalmente inetta. Intanto c’è una perdita totale di credibilità dei magistrati, trionfa l’inefficienza del sistema giudiziario, i processi hanno una lunghezza inaudita, l’imprevedibilità del sistema civile allontana gli investitori stranieri e il processo penale è tutto sbilanciato sulle inchieste e la gogna mediatica”.
Di parere simile anche Angelo Mascolo, gip al tribunale di Treviso: “Spero che i referendum siano da stimolo alla politica per aprire una fase costituente finalizzata ad una riforma organica della giustizia. Va infatti al più presto ristabilito l’equilibrio tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, oggi sbilanciato a favore di quello giudiziario“.
Problemi e prospettive
Il sistema denunciato da Luca Palamara provoca quindi indignazione anche tra i magistrati e si manifesta in tutta la sua gravità, ma resta il problema di un parlamento in cui forze politiche dalle idee opposte dovrebbero trovare la quadra su una materia molto complessa e in tempi brevi per scongiurare la soluzione referendaria.
I sei referendum possono quindi operare una rivoluzione e portare finalmente la giustizia italiana a una svolta dopo decenni di paralisi e correggere, come ricorda Sabino Cassese, giudice emerito della Consulta, l’idea sbagliata sull’ordine giudiziario, inteso come una “cittadella separata che si autogoverna” e che reagisce alle proposte di riforma con chiusure corporative.
La scommessa riguarda la capacità di riformare il settore per via parlamentare, prima che intervengano i cittadini a mettere il turbo al riassetto della giustizia con lo strumento referendario che, come precisa Michele Vietti, “Non è un bisturi per operazioni delicate ma un’accetta con cui si tagliano nodi intricati“, specialmente quando la politica, temendo di finire nel mirino della giustizia, non riesce o non vuole trovare il bandolo della matassa.









