Giustizia per Cloe

Il papà di Cloe non si arrende e chiede giustizia

GIUSTIZIA PER CLOE MEDICI TUTTI ASSOLTI COSENZA

Giustizia per Cloe la bimba di 4 mesi morta per invaginazione intestinale

Era sera tardi e la mia bambina piangeva. La presi in braccio ed iniziai a farle sentire tutto il mio amore e la mia presenza, ma la bambina continuava a piangere. Poi il pianto divenne insistente. Mi guardava con quegli occhioni che piangevano di continuo. Dopo averla coccolata insieme a mia moglie non si tranquillizzava. Qualcosa non andava. Stringeva forte i suoi pugni. Se avesse potuto parlare mi avrebbe chiesto chiaramente aiuto, ma il suo linguaggio era quel pianto insistente. E mi è bastato guardarla per comprendere il suo malessere. La portammo al pronto soccorso.GIUSTIZIA PER CLOE LA BIMBA DI 4 MESI MORTA PER INVAGINAZIONE INTESTINALE

Eravamo preoccupati per la sua sofferenza. Dopo un’attesa non indifferente ed un corridoio pieno di neonati che piangevano, arrivò il turno di Cloe, la mia bambina. Un dottore la visitò. Dopo pochi minuti , il dottore mi liquidò con molta indifferenza definendo quel malessere UNA PROBABILE INFLUENZA INTESTINALE.

Mia moglie ed io ci fidammo di quella diagnosi. Ma Cloe durante il tragitto verso casa continuava a piangere. Una volta rientrati, Cloe manifestava un nuovo segnale di quel malessere con un inaspettato vomito. Quella notte piangeva a momenti alterni. Il mattino seguente Cloe riprese a piangere nuovamente. Ritenendo la cosa inspiegabile ci recammo nuovamente al pronto soccorso. Dopo la solita fila, il dottore fece la sua diagnosi che dopo aver visitato Cloe risultò la medesima del giorno precedente.

Intanto Cloe continuava a vomitare e a piangere. Abbiamo chiesto maggiori consulenze con dottori ma non fu possibile. Quel sabato ritornammo al pronto soccorso per la seconda volta. Dopo una mattinata di sofferenza Cloe continuava a soffrire. E la sera viste le sue condizioni ritornammo al pronto soccorso. Volevo togliere quel malessere a mia figlia ma i dottori mi ripetevano di pazientare perchè si trattava di una PROBABILE INFLUENZA INTESTINALE. Ma la preoccupazione aumentava di pari passo al malessere di Cloe che iniziò a rifiutare il cibo. Poi i pugni chiusi fortemente e quel pianto che sembrava un lamento.

Nonostante avessimo avuto il consulto del pediatra durante l’andirivieni al pronto soccorso, lunedì mattina la portammo dallo stesso pediatra che le prescrisse delle goccine per il vomito. Non ero convinto della diagnosi d’influenza della mia bimba. Raggiungemmo nuovamente il pronto soccorso dove avevo lamentato un pò di zelo in più giacchè si trattava di una bambina. Chiesi un ricovero per Cloe al fine di analizzare meglio lo stato di salute della bambina facendo appositi esami ma la risposta era sempre negativa. Tornati a casa, percorrevo su e giù le stanze. Non accettavo quel malessere di mia figlia. Mi sentivo inerme.

Chiamai il pronto soccorso pronunciando la mia preoccupazione più intensa. Cloe aveva un ulteriore sintomo: la febbre. La sua temperatura aumentava e i suoi pugni stretti erano il segnale che quel malessere avesse preso il sopravvento. Da padre mi sentivo in dovere di proteggere la mia bambina. Sconfiggere quel mostro che non le dava pace. Ma mi serviva l’aiuto di un dottore. Finalmente risposero al telefono del pronto soccorso. Quel pronto dall’altro lato del telefono era la risposta che ahimè si rivelò una tale delusione poichè la dottoressa mostrò un certo fastidio quando spiegavo la condizione di Cloe e del suo malessere. È brutto per un padre vedere la propria figlia soffrire e sentire il dottore lamentarsi per la propria richiesta d’aiuto.

Aspettai la sera ma la mia bambina manifestò un ulteriore sintomo: il pancino cresceva. Allora senza pensarci ritornai al pronto soccorso e dopo aver presentato lo stato di malessere di mia figlia con il peggiorare delle sue condizioni pretesi un aiuto immediato. Purtroppo Cloe non riusciva a sopportare quel malessere tanto da entrare in uno shock che necessitava una repentina idratazione visto tutto quel vomito. Ma dopo l’entrata in sala operatoria il cuore di Cloe smise di battere. La bambina venne trattenuta per i prossimi quattro giorni nel reparto di rianimazione. Cloe venne sottoposta a diversi esami dal radiologico all’ecografico. Di mia figlia non avevo notizie, solo medici sfuggenti che non m’informavano del suo stato di salute. Poi il quarto giorno di rianimazione portò con sè la constatazione che Cloe necessitava di un ricovero urgente a Napoli, all’ospedale Santobono.

A Napoli, dopo l’ecografia immediata, scoprimmo la diagnosi. Quella giusta. Cloe stava soffrendo di una invaginazione intestinale. 

Finalmente parlai con il dottore che aveva preso a cuore la situazione. Appresi che Cloe venne portata in sala operatoria urgentemente. L’intervento venne eseguito correttamente ma dopo pochi giorni nonostante gli organi avessero ripreso la loro normale funzione, il cervello di Cloe non si era ripreso. I dottori a malincuore ritennero di dover staccare le macchine che alimentavano la vita di Cloe.

Ero disperato. Piangevo e mi davo colpa di non aver fatto abbastanza. Ma il dottore che l’aveva operata mi aveva espresso la situazione per come andava affrontata. Purtroppo i pediatri del pronto soccorso della mia città dovevano riconoscere il chiaro segnale di un invaginazione intestinale. Se ci fosse stato il dubbio della presenza dell’influenza bastava fare un’ecografia per eludere ogni perplessità. Solo così la diagnosi giusta avrebbe permesso le cure in tempo al fine di evitare questo amaro risvolto della vicenda. Anche perchè gli stessi pediatri di Napoli mi avevano garantito la ripresa della piccola Cloe se gli esami idonei venissero eseguiti sin dal primo ingresso al pronto soccorso”. Questa vicenda è un fatto realmente accaduto.

La triste cronostoria è raccontata dalla voce narrante di Dino Giuliano Grano, il papà della piccola Cloe.

A distanza di tre mesi dal funerale della piccola Cloe lo sconforto era talmente amaro che il nonno paterno di Cloe morì dal dispiacere in età giovane. Quell’amarezza ha messo in ginocchio una famiglia intera. Ad accusare il duro colpo non fu soltanto il nonno paterno. La mamma della piccola Cloe calò in un silenzio che durò per tanti anni. Dinnanzi alla richiesta della donazione degli organi i genitori della piccola manifestarono il loro consenso. Ma Dino, il papà di Cloe, ritiene che sua figlia sia stata vittima di una negligenza nonchè dell’incompetenza dei medici. Da quel lontano 2014 il tempo della famiglia Grano sembra essersi fermato a quei giorni di sofferenza della piccola Cloe. Dino Grano da allora combatte per rendere giustizia alla sua bambina.

Il papà della piccola Cloe grida ed invoca giustizia

Facendo uso anche degli strumenti televisivi, radiofonici e della stampa. Da cinque anni fa tappa fissa in TV. In giro nelle varie trasmissioni che affrontano tematiche di cronaca. “Mai un semplice scusa da parte dei dottori del pronto soccorso di Cosenza” lamenta Dino quando racconta la vicenda.

La convinzione della loro colpa è dettata dalla constatazione che ” d’invaginazione intestinale non si muore se la diagnosi viene formulata repentinamente al manifestarsi dei sintomi. E il sospetto clinico d’invaginazione intestinale impone l’immediatezza di un’ecografia addominale”.

D’altronde i medici di Napoli furono i primi a sottolineare l’incompetenza e l’inadeguatezza nella gestione del malessere di Cloe da parte dei medici del pronto soccorso di Cosenza. Spinto da questa consapevolezza, Dino G. Grano chiama in causa i dottori del pronto soccorso al fine di prendersi la responsabilità del loro errato operato che è costato la perdita di una neonata. Dino Grano rivendica il suo diritto di giustizia per la perdita di una figlia al suo quarto mese d’età causata dall’incompetenza dei dottori del pronto soccorso. A seguito della causa contro i dottori sono state eseguite una serie d’indagini.

Ahimè con esito pressochè deludente e “ con tempi nuovamente errati” sottolinea Dino. “Dall’inspiegabile scomparsa della ritardata ecografia eseguita in pronto soccorso alla piccola Cloe all’assoluzione immediata dei medici coinvolti nella malagestione del caso clinico della sua bambina”. Dino Grano difende costantemente Cloe e non si arrende all’esito della prima sentenza che dichiara l’estraneità dei dottori del pronto soccorso da ogni responsabilità del caso. Inoltre Dino sottolinea “oltre ad essere vittima di un evento di malasanità si sta verificando nel contempo una malagiustizia”.

A dar maggior credito all’esito della sentenza di primo grado è il PM di ruolo. Costui ritiene adatta “inspiegabilmente” l’archiviazione dei medici del pronto soccorso, nello specifico dei medici di Cosenza, non considerando la presa di posizione dei medici dell’ospedale Santobono che alla loro deposizione alla questura di Napoli colpevolizzano i medici di Cosenza. All’unisono i dottori partenopei hanno ritenuto negligente ed incompetente il loro trattamento del caso clinico che ha interessato la piccola Cloe. A mò di repetita, il Pubblico Ministero cerca l’archiviazione per tutti i medici indagati. Dino Grano non si arrende all’esito della sentenza. E dopo cinque anni il suo resoconto è questo

“Hanno distrutto la mia vita e la dignità della bimba che sta in cielo.

Sono trascorsi 5 anni senza alcun segnale positivo che renda giustizia alla piccola Cloe. Attualmente le indagini si sono fermate ma da parte della Procura ci dovrebbe essere l’apertura di un nuovo procedimento contro gli imputati archiviati. Nonostante le difficoltà che sto vivendo per far regnare la giustizia , confido sempre e comunque nella Giustizia italiana”.

In questa vicenda amara Dino Grano si è distinto in quanto padre ammirevole che lotta quotidianamente per restituire dignità e pace alla figlia Cloe. Ma di tanto in tanto sopraggiungono momenti di scoraggiamento dovuti sia alla mancanza della bambina sia alla lotta contro un sistema giudiziario cieco dinnanzi alla palese evidenza di un errore medico che ha ingiustamente privato Dino della possibilità di crescere ed amare sua figlia Cloe.

La sua amarezza e il suo scoraggiamento si possono avvertire sulla pagina Facebook dedicata a sua figlia Cloe che porta un nome divenuto la sua bandiera “GIUSTIZIA PER CLOE“. Ma Dino non è solo in questi momenti di scoraggiamento giacchè la sua pagina Facebook ha intenerito il cuore di migliaia di persone. La pagina social conta quasi 45.000 membri che ogni giorno sostengono Dino. La vicenda ha aperto il cuore di qualsiasi persona venga a conoscenza dell’accaduto. Dino in fondo è un padre come tanti che sta chiedendo giustizia per sua figlia. Niente di più.

A volte per comprendere un tale malessere bisognerebbe immedesimarsi o viverlo in prima persona, ma Dino non pensa a tutto ciò bensì chiede alla Giustizia Italiana di vederci chiaro e di approfondire le indagini. Nell’attesa di un risvolto della vicenda, ci auguriamo che la Giustizia Italiana valuti ogni momento di quest’inspiegabile dramma. Ciao Cloe.

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