Rai: sindacati divisi sullo sciopero. Governo pronto a tagliare 150 milioni

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Non fa più così paura al governo la data di mercoledì 11 giugno, giorno previsto per lo sciopero dei dipendenti Rai. A sgonfiare l’evento sono le azioni degli stessi dirigenti e la non convergenza dei sindacati. Dopo che l’autorità di garanzia per gli scioperi ha dichiarato illegittimo quello dell’11 giugno – a causa della vicinanza con un altro sciopero nello stesso settore (USB il 19 giugno) – la Cisl ha fatto un passo indietro, non firmando il ricorso contro la decisione dell’Authority.

Anche l’Usigrai, sindacato dei giornalisti rai, non è più convinta, dopo le rassicurazioni del governo sulle sedi regionali e le quote partecipate, che non verranno toccate dai tagli. A sancirlo un emendamento di Maria Cecilia Guerra, Pd, e Antonio D’Alì, Ncd, che sembra concepito proprio per gettare acqua sul fuoco. Nelle sedi regionali, infatti, lavorano 700 dei 1700 giornalisti rai.

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Il prelievo all’azienda pubblica di 150 milioni non sarà quindi strutturale, ma avverrà una tantum, così si dice quest’anno. I soldi dovrebbero arrivare dalla cessione di parte dei titoli di RaiWay, la società per azioni che gestisce le antenne di trasmissione, e la dismissione di RayWorld. Più, ovviamente, l’”ottimizzazione” dei servizi.

Il direttore generale, Luigi Gubitosi, e la presidente rai, Anna Maria Tarantola, si sono presentati due giorni fa negli uffici del ministero dell’economia per un colloquio privato con Padoan. In questo frangente sono stati rassicurati dal ministro, che oltretutto ha annunciato una riscrittura della legge Gasparri per ridefinire la governance: nuove regole di ingaggio, metodi di selezione e nuovi poteri per i futuri vertici dell’azienda rai.RAI

Molti direttori di tg e reti fanno sapere che non prenderanno parte allo sciopero. Ma sono i meno visibili e più numerosi dipendenti
– tecnici, cineoperatori, inservienti, ecc. – ad appoggiare la linea dura di Cgil e Uil. I rispettivi segretari dei sindacati, Susanna Camusso e Roberto Angeletti, si sono ritrovati per una conferenza stampa martedì al Teatro Delle Vittorie (noto per lo show a premi AffariTuoi)  dove hanno attaccato le soluzioni previste nel decreto Irpef all’articolo 21. «Gli scioperi si revocano se cambiano le condizioni, e qui le condizioni non sono cambiate» ha detto la Camusso, mentre Angeletti ha parlato di «pizzo chiesto all’azienda», definendo Matteo Renzi «un pessimo amministratore». Il pubblico che ha affollato il piccolo studio tv è quella fetta di personale con contratti precari, a tempo determinato o a progetto, per la quale il dg Gubitosi non ha escluso una riduzione. Altissimo, dunque, il rischio esuberi.

Una delle poche voci fuori dal coro è quella di Giovanni Floris, storico conduttore di Ballarò; esemplare è il duello in diretta durante un’intervista con il premier Matteo Renzi. Qui sotto il video della puntata.

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Altra voce critica, Roberto Fico, presidente della vigilanza Rai e parlamentare a 5 stelle, è con i fautori dello sciopero solo per quanto riguarda la difesa delle infrastrutture RayWay dalla vendita parziale sul mercato; è però favorevole al cambiamento, denuncia le numerose testate giornalistiche che spesso si sovrappongono nelle notizie e chiede di ridurre gli appalti esterni che ammontano a circa 1,3 miliardi l’anno.

Di certo non è uno scenario idillico per la Rai, ma il governo fa intendere di essere disposto a riforme per modernizzare e trasformare il servizio pubblico. Si parla, per esempio, di una redistribuzione della tassa sul canone in base al reddito per limitare l’evasione. Ma alla politica adesso si chiede soprattutto di mettere mano a un nuovo piano industriale.

Ugo Arrigo, del Fatto Quotidiano, intona la polemica attorno alla necessaria distinzione tra servizio pubblico fatto da privati e quello fatto dalle aziende di stato. Gli oneri pubblici sono giustificati, dice, solo quando il mercato non fornisce spontaneamente i servizi utili per il cittadino. Le trasmissioni più popolari sono in grado di autofinanziarsi con la raccolta pubblicitaria, senza scomodare i fondi del canone. Questi invece andrebbero investiti in trasmissioni culturali, di approfondimento, d’istruzione, di dibattito pacifico su temi importanti.

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