Politica
I rischi per la coalizione giallo-rossa dopo le elezioni regionali

Il risultato elettorale ha sancito un 3 a 3 tra centro-destra e coalizione di governo giallo-rossa ma è consigliabile non interpretarlo come un pareggio calcistico, perché ora si aprono nuovi scenari che espongono a nuovi rischi la coalizione giallo-rossa dopo le elezioni regionali.
Vincitori e sconfitti delle regionali
I vincitori delle regionali sono quasi tutti governatori uscenti, tranne Giani in Toscana e Francesco Acquaroli, che strappa le Marche alla sinistra, dimostrando che ormai non ci sono quasi più roccaforti inespugnabili. In effetti, la stessa Toscana è stata una battaglia che il centro-destra ha sostenuto in modo competitivo e Susanna Ceccardi ha ottenuto oltre il 40 per cento dei voti.
La vittoria di Luca Zaia in Veneto è diventata un plebiscito che ha lasciato solo briciole agli avversari e anche l’affermazione di Giovanni Toti in Liguria, unico governatore a dover sfidare Pd e 5Stelle uniti, è stata molto netta, nonostante Genova sia anche la città di Beppe Grillo.
La novità Acquaroli è stata una felice intuizione di Fratelli d’Italia, mentre Susanna Ceccardi che, era di fronte a un avversario non paragonabile a Stefano Bonaccini come macchina da voti e nel marketing elettorale, non ha sfondato a dispetto delle previsioni della vigilia, scontrandosi quindi con un apparato politico, economico e sindacale della sinistra ancora abbastanza forte, nonostante 6 comuni capoluogo su dieci in regione siano già amministrati dal centro-destra.
I casi di Michele Emiliano e Vincenzo De Luca hanno interessato gli osservatori per una strategia vincente molto efficace e praticata in particolare nelle regioni del Sud: unire una serie di liste civiche, anche politicamente non omogenee al Pd, ma guidate da persone molto radicate sul territorio, apprezzate dai cittadini e disposte a sostenere il candidato di centro-sinistra, che hanno funzionato come portatrici d’acqua al mulino della causa comune. Emiliano aveva ben 15 liste in appoggio e De Luca non è stato da meno, mobilitandone altrettante.
La posizione del centro-destra
Il centro-destra sta facendo la sue valutazioni partendo dalla spallata che non è avvenuta e il governo, almeno nell’immediato, tira un sospiro di sollievo. Liguria, Veneto e Marche hanno confermato le speranze della vigilia e in Toscana la battaglia è stata comunque combattuta fino all’ultimo.
Puglia e Campania aprono invece una riflessione politica perché la scelta di Raffaele Fitto e Stefano Caldoro, già presidenti di quelle regioni in passato, non hanno convinto gli elettori moderati come si sperava, e Salvini in effetti era meno entusiasta della Meloni su queste scelte, quindi occorre un turn-over nei candidati proprio come avvenuto nelle Marche.
In merito alle idee “sovraniste” che, secondo vari osservatori politici sarebbero in declino, le opinioni sono contrastanti. Alcuni pensano che occorra una svolta più moderata, seguendo l’esempio del messaggio politico rassicurante di Zaia e Toti, altri invece considera la questione discutibile.
A dire il vero, Giorgia Meloni si dichiara patriota, i suoi valori mietono crescenti consensi da Nord a Sud, rispetto alle regionali del 2015, e Fratelli d’Italia è il partito con il trend di crescita maggiore, nonostante la Lega resti il più votato della coalizione, mentre Forza Italia fatica a consolidare le posizioni, anche per i problemi di salute che hanno impedito a Silvio Berlusconi di scendere in campo in prima persona.
Italia Viva di Matteo Renzi
Matteo Renzi, leader di Italia Viva si dichiara soddisfatto della vittoria di Eugenio Giani anche se il partito non ha brillato a livello nazionale e dichiara: “Il risultato della Toscana stabilizza la legislatura” ma, in verità, riconosce che il suo movimento non è stata determinante neppure in Toscana sui numeri (4,48%) ma a livello politico.
In pratica, l’ex premier fiorentino fa capire che può comunque ritagliarsi il ruolo di ago della bilancia, considerando che la maggioranza attuale di governo è nata lo scorso anno con l’apporto determinante dei suoi voti e la distribuzione dei seggi in parlamento rispecchia ancora il risultato delle politiche del 2018.
Di conseguenza, non si esclude che Renzi si faccia risentire alla prima occasione minacciando di sfilarsi, senza arrivare alla rottura, per generare una pressione politica vantaggiosa per Italia Viva, a meno che la soglia di sbarramento della nuova legge elettorale non sia al 5%, mettendo a rischio la sua sopravvivenza con conseguente sconvolgimento dei fragili equilibri giallo-rossi.
Le possibili fibrillazioni nella maggioranza in seguito alle regionali
A risultati definitivi acquisiti è evidente che la famosa spallata da 6 a 0 o 5 a 1 in favore dell’opposizione non è avvenuta e Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani lo hanno già riconosciuto. Tuttavia, la politica risente di una fase molto turbolenta che non è affatto conclusa e che potrebbe riservare nuovi colpi di scena, considerando alcuni fattori:
- Gli osservatori politici di vario orientamento hanno già fatto notare che la coalizione tra Partito Democratico e Movimento 5Stelle nei fatti non esiste
- In quasi tutte le competizioni i 5Stelle si sono presentati da soli in mancanza di un accordo e nell’unico caso in cui l’alleanza con il Pd è nata, cioè la Liguria, Giovanni Toti è stato riconfermato con il 56%
- I 5Stelle sono chiaramente in crisi, perdono molti consensi al Sud e sono praticamente assenti al Nord
- Il Pd sembra intenzionato a battere cassa, non fosse altro perché i vincitori in Puglia (Michele Emiliano) in Campania (Vincenzo De Luca) e Toscana (Eugenio Giani) sono organici al partito anche se soprattutto i primi due sembrano più battitori liberi che ferventi zingarettiani
- Le richieste di Nicola Zingaretti sono piuttosto chiare: via i decreti sicurezza che il 5Stelle aveva votato insieme con la Lega di Matteo Salvini e accettazione del Mes per le spese sanitarie.
Mes, decreti sicurezza e legge elettorale
E’ quindi evidente che i 5Stelle attraverseranno una fase difficile per aver sempre rifiutato il Mes e tergiversano sui decreti sicurezza perché la loro marcia indietro intesterebbe la vittoria politica al Pd.
Se a questo si aggiunge che la giravolta zingarettiana sul sì al referendum per la riduzione dei parlamentari (dopo tre bocciature parlamentari precedenti da parte dei piddini) è chiaramente subordinata a una revisione delle legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento elevato da effettuare contestualmente alla revisione dei collegi, si comprende che la carne al fuoco e i motivi di attrito non mancano.
La grave prospettiva economica
A caldo, i giornalisti di ogni orientamento pensano che il governo possa durare fino al 2023, ma ci sono altri fattori, oltre a quelli già citati, che potrebbero cambiare la carte in tavola. Il primo è la situazione sempre più precaria della maggioranza in Senato dopo la conquista di un nuovo collegio da parte del centro-destra in Sardegna.
Nella difficile situazione economica, che rischia di diventare gravissima nei prossimi mesi, non pesa solo la recrudescenza del Covid-19, ma ancora di più il dato confermato dall’Istat riguardante il 38,9% delle piccole imprese che rischia il fallimento entro l’inverno perché non è strutturato per reggere l’onda d’urto di una crisi senza precedenti.
Mes e Recovery Fund, oltre alla Banca europea degli investimenti, sono gli strumenti di salvataggio europeo su cui si fa affidamento, ma non si sa ancora quanti dei 209 miliardi previsti per l’Italia arriveranno entro marzo e se il governo varerà progetti che l’Europa possa approvare per lo sblocco di 80 miliardi a fondo perduto di cui avremmo disperato bisogno.
In pratica, c’è il rischio che entro l’inizio primavera arrivino solo le prime rate e potrebbero non bastare a tamponare l’emergenza di circa un milione e settecentomila aziende, mettendo in pericolo tre milioni e 600mila posti di lavoro, considerando anche che a gennaio dovrebbero ripartire i licenziamenti, dopo il blocco dei mesi scorsi.
Le preoccupazioni di Giuseppe Conte
Luca Sablone spiega su il Giornale che Conte è molto preoccupato anche sul versante strettamente politico, specialmente alla luce dell’accordo tra Zingaretti e Luigi Di Maio sulla legge elettorale, perché il proporzionale non contemplerebbe un candidato premier.
Inoltre, il via libera al taglio dei parlamentari, unito alla batosta del Movimento 5 Stelle alle Regionali, mette ancora più in crisi i grillini, pur promotori del referendum, dato che la continua perdita di voti e la riduzione di 345 seggi dalla prossima legislatura, impedirà a molti di loro di ricandidarsi. Di conseguenza, resistere fino al 2023 è per molti un imperativo categorico, anche a costo di creare una diversa maggioranza che scongiuri elezioni anticipate, in caso esplodessero contrasti nuovi e insanabili nel governo. I guai economici, e le fibrillazioni politiche conseguenti, saranno il terreno di scontro più probabile in casa giallo-rossa, se l’autunno-inverno si rivelasse più “caldo” del previsto.









