Rivolta dei sindaci di sinistra contro il decreto sicurezza: il rispetto della legge non è una questione di opinione politica

Decreto sicurezza e disobbedienza

In tutti gli Stati democratici del mondo vige una regola sacrosanta che è alla base dello stesso concetto sul quale affonda le radici l’idea di Stato democratico: il potere appartiene al popolo che lo esprime conferendolo, attraverso democratiche elezioni, al Parlamento che a sua volta lo conferisce all’esecutivo di turno.

Il bilanciamento del potere con le diverse cariche dello Stato è garantito dalla Costituzione la cui piena attuazione è sorvegliata dalla figura del Presidente della Repubblica e dalla Corte costituzionale. I provvedimenti legislativi emanati dal Consiglio dei ministri, approvati dal Parlamento e firmati dal Presidente della Repubblica non hanno alcun motivo per non essere applicati perché “rispettano tutti i parametri”.

Nel momento in cui una legge entra in vigore è dovere di tutti attingere al suo pieno rispetto e le istituzioni, con le amministrazioni comunali incluse, hanno il compito esemplare di garantire la sua piena attuazione. In assenza di tali fondamentali concetti non esiste lo Stato, democraticamente detto. D’altra parte si potrebbe dire che l’imposizione non è tipica dello Stato democratico, tuttavia l’imposizione è necessaria per garantire la convivenza pacifica della società, lo Stato democratico si fonda, per l’appunto, sul principio di evitare l’imposizione eccessiva e immorale tipica dei regimi totalitari.

La rivolta dei sindaci di sinistra contro l’applicazione del decreto sicurezza non trova alcuna giustificazione.  

In queste ore diversi sindaci delle più note e grandi città d’Italia hanno assunto atteggiamenti di resistenza e disobbedienza nei confronti del decreto sicurezza, entrato in vigore pochi giorni fa dopo l’approvazione del Parlamento e la firma del Presidente della Repubblica. Una decisione simile è inaccettabile perché non è previsto dall’ordinamento giuridico italiano. Non solo una scelta del genere è inaccettabile sul piano giuridico per cui ci saranno le dovute conseguenze, ma rischia di creare un pericoloso precedente di disobbedienza nei confronti di una legge dello Stato.

L’opinione politica termina dove inizia la responsabilità istituzionale, per cui le passate critiche indirizzate al ministro dell’Interno, per via di comportamenti ritenuti irrispettosi nei confronti delle istituzioni, suonano, ora, con una certa contraddizione.

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