Caos Afghanistan, l’uragano si scatena su Joe Biden

Il tracollo in Afghanistan e il trionfo talebano minano la leadership politica del presidente Usa, alle prese con duri attacchi bipartisan a soli 7 mesi dall'insediamento

In 11 giorni i talebani hanno trionfato, esercito, polizia e istituzioni si sono liquefatti come neve al sole del deserto e il caos Afghanistan è l’uragano sempre più impetuoso che si scatena su Joe Biden, dopo il tragico attentato terrorista all’aeroporto di Kabul.

L’attentato di Kabul e le lacrime di Biden

Il presidente Biden ha forzato la ritirata in modo precipitoso per evitare la reazione armata talebana ma l’Isis, presente nel Paese con circa diecimila miliziani, ha scoperchiato il vaso di Pandora. Una serie di attentati nell’aeroporto della capitale, e a sette chilometri di distanza, con terroristi suicidi e veicolo bomba, hanno ucciso almeno 200 persone, tra cui molti bambini e 13 marines, e altrettante sono ferite.

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La situazione diventa sempre più tempestosa e non basteranno le lacrime presidenziali, trattenute a stento in conferenza stampa, la definizione dei caduti come eroi e la promessa di farla pagare cara ai terroristi per scongiurare il dramma di milioni di afghani in mano ai talebani.

La reazione dei media americani alla vittoria talebana

Molti non si aspettavano le durissime critiche della stampa più vicina al partito democratico, ma i pilastri dei media liberal non hanno esitato a definire disastrosa la gestione afghana: “La debacle in Afghanistan è del peggior tipo, perché era evitabile”…Biden avrebbe potuto rinegoziare l’accordo del ritiro che il suo predecessore, Donald Trump aveva raggiunto con i talebani. Certamente le loro continue violazioni del patto gli avrebbero dato una ragione legittima per farlo“. (Washington Post)

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Anche se l’amministrazione Biden aveva ragione a porre fine alla guerra, non c’era bisogno che finisse in un tale caos, con così poca previdenza per tutti coloro che hanno sacrificato così tanto nella speranza di un Afghanistan migliore” (New York Times).

Rincarare la dose il Wall Street Journal che attacca il tentativo di Biden di addossare tutta la responsabilità negoziale a Donald Trump: “È come se Winston Churchill, con le sue truppe accerchiate a Dunkerque, avesse dichiarato che Neville Chamberlain lo aveva messo in questo pasticcio e gli inglesi avevano già combattuto troppe guerre sul continente”.

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Le previsioni smentite di Biden

La reputazione politica di Biden risente della sconfessione plateale delle sue previsioni sulla capacità afghana di resistere agli attaccanti. Solo l’8 luglio il presidente dichiarava ai giornalisti che 300mila soldati ben armati ed equipaggiati, con l’ausilio di aerei, potevano opporsi tranquillamente a 75mila talebani e l’intelligence escludeva il tracollo in tempi brevi del governo afghano. Il video è diventato virale ma, il 15 agosto, gli integralisti inturbantati hanno completato la riconquista del Paese, senza quasi incontrare resistenza.

Se si aggiunge la rassicurazione che non avremmo visto persone fuggire sugli elicotteri dai tetti di Kabul come a Saigon nel 1975, alla fine della guerra in Vietnam, il disastro comunicativo è completo, perché nessuno può dimenticare la scena tragica di afghani aggrappati agli aerei in decollo, per poi precipitare al suolo, preferendo una morte sicura alla schiavitù talebana.

Il parere degli avversari

Donald Trump ha ovviamente bollato Biden come artefice della sconfitta in un comizio in Alabama: “Quello che sta accadendo a Kabul è una vergogna per l’America, un’enorme macchia per la reputazione e la storia del nostro paese…Siamo di fronte a un disastro senza precedenti…Questo non è stato un ritiro, è stata una resa totale, senza motivo. Ha consegnato la nostra base aerea, le nostre armi, la nostra ambasciata“.

Non esiste ovviamente controprova, ma il tycooon ha affermato che, da presidente, non lo avrebbe mai permesso, perché i talebani sono combattenti tenaci e abili negoziatori, quindi bisogna negoziare con abilità per farsi rispettare e smobilitare in modo onorevole e organizzato.

L’ex generale David Petraeus, veterano dell’Iraq e responsabile in passato del comando operazioni riunite, ha fatto una constatazione che, di certo peserà sul futuro politico di Biden: “Gli Usa hanno fatto tanti errori all’estero, ma mai un leader era stato così umiliato in soli sette mesi dall’arrivo al potere“.

Gli sfregi talebani agli Usa e la lettera di Osama Bin Laden

In effetti, gli sfregi all’America continuano e un gruppo di talebani dell’unità speciale Badri 313, che prende il nome dall’armata 313 della battaglia di Badr del13 marzo 624 d.C, si è fatto fotografare in divisa americana, mentre innalza il vessillo dello stato islamico. E’ l’imitazione dell’alzabandiera dei marines sul monte Suribachi nel febbraio 1945, durante la battaglia di Iwo Jima, che è diventato l’emblema della vittoria Usa nel Pacifico. Il messaggio è altamente simbolico: ora è l’Islam che innalza le sue insegne e vi costringe a una precipitosa e umiliante ritirata.

Una lettera quasi profetica di Osama Bin Laden ai suoi seguaci nel maggio 2010, mette in luce la strategia del leader di Al Qaida che riguarda anche Biden, all’epoca vicepresidente, prefigurando il suo insuccesso: “Non bisogna prendere di mira il vicepresidente degli Stati Uniti. Occorre stanare Obama o Petraeus. La ragione per concentrarsi su di loro è che Obama è il capo e ucciderlo automaticamente farà assumere la presidenza a Biden per il resto del mandato, com’è di norma laggiù. Biden è totalmente impreparato per quel posto, e porterà gli Usa in una crisi. Quanto a Petraeus, è l’uomo di casa in quest’ultimo anno, e ucciderlo cambierebbe il corso della guerra”.

l’ironia della Stampa

L’editoriale di Francesco Semprini su La Stampa pone una domanda politicamente importante: “E Barack Obama che fine ha fatto? L’ultima volta è stato visto nella residenza di Martha’s Vineyard, in Massachusetts, immerso nelle celebrazioni dei suoi 60 anni compiuti il 4 agosto. Poi più nulla, non una parola dinanzi alla fulminante avanzata taleban, o in occasione della caduta di Kabul o quando il vecchio amico Joe Biden, «un fratello per me», è stato travolto dalla debacle del ritiro“.

Un portavoce dell’ex presidente ha dichiarato che Obama non ha altri commenti da fare. In realtà, non ha proprio aperto bocca e il suo silenzio imbarazzato dimostra la presa di distanze che a Washington hanno già interpretato come una critica palese alla gestione Biden.

Le possibili conseguenze politiche per il presidente Usa

Il caos Afghanistan è l’uragano travolgente che si scatena su Joe Biden. il giornale americano “Politico” sottolinea quanto lo sdegno per la situazione sia bipartisan e i democratici hanno attivato tre commissioni del Senato (intelligence, relazioni estere e servizi armati) promettendo un’inchiesta approfondita sul disastro, con il rischio che il presidente perda il controllo del suo partito.

La Cnn, non certo filorepubblicana, ha preso posizione con un editoriale del suo analista Stephen Collinson che esordisce senza giri di parole: “La debacle legata alla sconfitta e caotica ritirata degli Stati Uniti dall’Afghanistan è un disastro politico per Joe Biden il cui fallimento, nel tentativo di gestire un uscita ordinata e rapida dal Paese, scuoterà la sua presidenza già in crisi e macchierà la sua eredità“.

Valeria Robecco riporta sul Giornale che parecchi esponenti del Grand Old Party ipotizzano la messa in stato di accusa di Biden. I repubblicani potrebbero infatti riconquistare almeno una delle due camere alle elezioni di medio termine per il rinnovo del Congresso nel 2022 e avviare la procedura d’impeachment, ma il tracollo afghano ha accelerato le cose, aprendo un nuovo scenario politico.

Secondo il giornale di Washington The Hill, si valuta la rimozione di Biden, ricorrendo al 25mo emendamento della Costituzione che permette al vice presidente di assumere i pieni poteri per incapacità del presidente in carica. Non si può quindi escludere che Kamala Harris stia già scaldando i motori e si tenga pronta sulla rampa di lancio. In questo caso, la presidenza Biden sarebbe tra le più brevi della storia americana.