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Caos magistratura tra referendum, riforma Cartabia e scontri interni

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L’esplosione delle contraddizioni interne alla giustizia italiana si è arricchito negli ultimi mesi di nuovi sviluppi tra il caos nella magistratura e le prospettive aperte dai referendum e dalla riforma del ministro Cartabia, in un clima sempre più incandescente di scontri interni.

La crisi della magistratura è sistemica

Secondo molti osservatori, la crisi della giustizia si è avvitata su se stessa perché ormai volano gli stracci a tutti i livelli e si spera che la politica batta un colpo anche sotto l’effetto dei sei referendum che hanno raccolto centinaia di migliaia di firme in breve tempo. Il ministro Marta Cartabia si è concentrata sulla prescrizione, evitando che lo stravolgimento operato dal suo predecessore Alfonso Bonafede trasformasse i processi in un calvario infinito, ma questa è solo la punta dell’iceberg.

In effetti, la magistratura si sta rivelando un’arena di crescenti scontri interni. Dopo la radiazione di Luca Palamara e la pubblicazione del libro Il Sistema, si è scoperchiato il vaso di Pandora con un effetto domino negativo che richiede interventi immediati. L’avvocato Gaetano Pecorella dichiarache siamo in piena guerra di potere con procure che indagano sulle altre  per effetto di una nemesi storica: “Mani pulite ha messo in ginocchio la politica e il conflitto si è trasferito dentro la corporazione togata…Una corrente attacca l’altra, una sale, l’altra scende, tutte si azzannano“.

Il caos alla procura di Milano

In effetti la vicenda di Paolo Storari, legata alla trasmissione di verbali a Pier Camillo Davigo senza seguire la procedura normale, in seguito alle denunce dell’avvocato Amara sulla presunta loggia di potere denominata Ungheria, ha provocato un effetto imprevisto con decine di magistrati schierati con Storari, un pronunciamento del Csm che gli permette di restare al suo posto e la sconfessione del procuratore capo Michele Greco, prossimo alla pensione, che si è trovato contro gran parte dei colleghi.

Quello che sembrava un sistema compatto si rivela ogni giorno di più un meccanismo in cui i magistrati si levano sassolini dalle scarpe in un clima da resa dei conti. Pier Camillo Davigo, ex magistrato ed ex membro togato del Csm, non ha gradito per niente le dichiarazioni di Francesco Greco al Corriere della Sera:

“Tutti eravamo preoccupati, anche di capire il senso della collaborazione di Amara, ma aver fatto uscire dal perimetro del segreto investigativo dei verbali secretati è un atto irresponsabile, tanto più per un magistrato inquirente, e ha pregiudicato le indagini. Mentre ancora c’è nebbia sul dove, quando e perché Storari e Davigo si siano scambiati sottobanco i verbali, una cosa è sicura, l’uscita era nell’interesse di Davigo che non si è preoccupato assolutamente della sorte del procedimento e quando ha lasciato il Csm quei verbali li ha abbandonati. Fatto imbarazzante“.

La reazione di Davigo

Davigo passa al contrattacco, dando una versione diversa, e minacciando querela nei confronti di greco dopo 30 anni di collaborazione fin dai tempi di Mani Pulite: “Nell’aprile 2020 Storari mi descrisse una situazione grave, e cioè che a quasi 4 mesi dalle dichiarazioni di Amara su un’associazione segreta i suoi capi non avevano ancora proceduto a iscrizioni, che il codice invece richiede immediatamente. Per evitare possibili conseguenze disciplinari, gli consigliai di mettere per iscritto la sua richiesta di procedere subito all’iscrizione“.

La sintesi del condirettore di Libero Piero Senaldi fotografa il clima di macerie che Greco, prossimo alla pensione, si lascia alle spalle: “Greco sostiene di aver agito per il meglio. Io certamente non prendo le difese di Davigo, ma Greco che era noto per essere un super procuratore, un magistrato efficientissimo e con la schiena dritta, finisce male la sua carriera cercando di spostare un suo sottoposto, e poi subendo la rivolta di mezzo tribunale che invece difende il sottoposto, litigando ed andando addirittura ad atti giudiziari con Davigo“. Senaldi conclude che Greco, anche se avesse la ragione dalla sua, lascia la procura nel caos.

La resa dei conti a Milano aggrava la sfiducia verso il sistema giudiziario

Quello che Palamara ha denunciato nel libro scritto in collaborazione con Alessandro Sallusti mostra un dietro le quinte del panorama giudiziario sempre più lacerato e la situazione tende a peggiorare. Il Giornale ha descritto in un redazionale lo scenario: “Il caso Palamara ha disorientato la magistratura. Ha mostrato crepe e rughe, aprendo il discorso pubblico sulla riforma della giustizia“.

L’avvocato Ivano Chiesa, noto per aver difeso Fabrizio Corona, conosce bene il palazzo di giustizia a Milano e al giornalista Luca Fazzoha dichiarato: “Per gli avvocati quanto sta accadendo non cambia molto, tu il tuo lavoro cerchi di farlo comunque. Il problema riguarda gli imputati. Questo sistema funziona se anche loro hanno un po’ di fiducia nei suoi confronti. Invece questa storia non fa che rafforzare il sentimento di disistima nei confronti della magistratura, la loro sensazione di essere in mano a un sistema fuori da ogni controllo“.

Il parere di Carlo Nordio

La necessità di una riforma radicale è ormai sempre più impellente e Carlo Nordio, ex procuratore di Venezia intervistato dal Giornale sostiene la separazione delle carriere tra giudici e pm, ma anche la necessità d’imitare il sistema inglese, nel quale l’avvocato dell’accusa non dirige le indagini, che competono a Scotland Yard.

L’alternativa che Nordio propone è il modello statunitense, in cui il procuratore distrettuale è il capo della polizia giudiziaria, proprio come in Italia, ma c’è una differenza sostanziale: il rappresentante dell’accusa è eletto direttamente dai cittadini americani e a loro deve rispondere in caso di errori gravi o atteggiamenti persecutori che possono mettere fine alla sua carriera e conclude: “L’Italia è l’unico paese al mondo dove il pm ha le garanzie del giudice e i poteri del superpoliziotto, senza rispondere a nessuno“.

L’intervento di Luciano Violante

Luciano Violante, ex magistrato e uomo di punta della sinistra, ammette apertamente in un’intervista rilasciata a Stefano Zurlo che la situazione è sfuggita di mano attraverso tre passaggi che hanno spianato la strada al declino della giustizia in Italia. Il primo, a partire dagli anni sessanta, ha riguardato la battaglia che lui ha condiviso per la difesa dell’indipendenza della magistratura dalle ingerenze del potere politico ed economico, ma ci saremmo dovuti fermare lì. In pratica, una volta ribadita l’autonomia del potere giudiziario, sono scattati altri due meccanismi perversi: “L’autogoverno. Che non è scritto da nessuna parte, tantomeno nella Costituzione, e invece i giudici hanno cominciato a riempire tutte le caselle del Csm e del ministero e a decidere la politica giudiziaria“.

Il terzo passaggio è l’autoreferenzialità che ha indotto i magistrati più politicizzati a considerarsi una parte dello Stato al di sopra delle regole imposte agli altri. Secondo Violante, il potere giudiziario si considera il guardiano della purezza e della trasparenza, quindi rifiuta che qualcuno vada a casa sua per contestargli qualcosa e precisa: “Alcuni sono stati accecati da una sorta di hybris, qualcosa che sta fra l’orgoglio, la superbia, la tracotanza, talvolta l’arroganza. Naturalmente, parliamo di minoranze ma sono minoranze che grazie all’intreccio con la comunicazione, creano un’opinione. Prima c’era la percezione si trattasse di un mondo di eroi, oggi prevale la diffidenza”.

L’interpretazione di Sabino Cassese

Il giurista e giudice merito della Corte Costituzionale Sabino Cassese conferma al Giornale che l’indipendenza della magistratura, trasformata in autogoverno è una stortura dello Stato a tutti gli effetti, occorre separare gli organi di accusa da quelli giudicanti una volta per tutte e preparare meglio i candidati a questi ruoli.

La scuola della magistratura non è sufficiente anche perché non basta essere ottimi giuristi per gestire i tempi delle procedure e i carichi di lavoro in modo accettabile, senza processi infiniti e si deve essere consapevoli delle conseguenze per i cittadini di ogni decisione: “Un aspetto preoccupante dello stato della giustizia in Italia è proprio questo, come persone tanto preparate, ottimi professionisti, possano essere inconsapevoli di lavorare in una struttura che non risponde alla funzione affidatale dalla Costituzione, quella di dare giustizia“.

Il problema parte quindi da lontano, si è incancrenito negli ultimi decenni e la politicizzazione delle correnti ha generato un clima distruttivo tra giustizia, politica, media e cittadini. Caos magistratura tra referendum, riforma Cartabia e scontri interni, fanno ora esplodere le contraddizioni considerando l’infinita vicenda giudiziaria di tanti protagonisti della politica, a partire da Silvio Berlusconi, il caso Palamara e la lotta al coltello dentro le procure. I campanelli d’allarme sono continui e il tempo stringe, anche perché gli ultimi sondaggi rivelano che il 70% degli italiani non si fida più dell’attuale sistema.

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