Casa della famiglia De Maria

La morte di Mussolini – Parte Quarta

Proseguiamo il racconto de “La morte di Mussolini” con l’ultima parte.
A questo punto può essere interessante proporre la testimonianza di Do­rina Mazzola, che all’epoca aveva 19 anni e abitava esattamente davanti alla casa dei De Maria.

La testimonianza di Dorina Mazzola

«Mi arrivò l’eco di numerosi colpi di fucile e in casa De Maria scoppiò un furibondo litigio. Giacomo De Maria urlava e Lia De Maria piangeva e gridava disperata. Nel cortile c’erano alcuni uo­mini che si agitavano tra la porta di casa e quella della cantina. Tra di loro, mi colpì uno dalla testa calva che, nonostante la mattina grigia e fredda, in­dossava solo una maglietta bianca e camminava zoppicando a passi lenti. Dal finestrone del secondo piano s’affacciò una giovane donna che urlava, ma qualcuno la tirò. Intanto, quel signore con la maglietta bianca era spari­to alla mia vista. Poco dopo, sentii altri sette colpi. Più tardi, da via del Ria­le, spuntarono altri tre uomini che si tenevano a braccetto e camminavano a passo molto lento. Dietro di loro, apparve una donna che gridava convulsa­mente. L’uomo al centro non camminava con le sue gambe; erano gli altri due a portarlo di peso, sorreggendolo sotto le ascelle. E la testa gli pendeva sulla sinistra. Scoppiò una lite tra i partigiani. Alcuni di loro ce l’avevano con quella donna, che faceva perdere tempo. La donna, che continuava a disperarsi e a gridare, fece qualche passo in direzione di via del Riale. Mi sembrò anzi che volesse correre avanti. Fu allora che qualcuno fece partire una raffica di mitra. I Partigiani urlavano: “Chi è quell’idiota che ha spara­to?”. Ho guardato la donna e non si muoveva più. Le campane avevano ap­pena rintoccato mezzogiorno.»

In conclusione

In conclusione, la versione di Walter Audisio appare per molti aspetti co­struita a tavolino con l’intento di valorizzare la sua persona, allontanare dal Partito Comunista qualsiasi critica su come fosse stata progettata militarmente e portata a termine la missione, ma anzi circondarla da un’aura di eroismo e di giustizia ritrovata. L’ipotesi è quella che il Colonnello “Valerio” abbia deliberatamente voluto cancellare qualsiasi elemento riconducibile a come si erano svolti gli accadimenti. Uno di questi elementi, che avrebbe potuto essere rilevante nelle indagini, sono gli abiti indossati dal dittatore, neppure presi in considerazione dal prof Cattabeni; l’altro elemento è la pallottola rimasta all’interno del cadavere, che stranamente non è stata estratta, analizzata e conservata per successive indagini. A questi si deve aggiungere il numero dei colpi, la loro diversa angolazione, la distanza di sparo, il luogo scelto per l’esecuzione e l’orario non conforme con l’accertamento del rigor mortis.
Quanto è emerso, indica cosa non è accaduto, ma non come si siano svolti realmente i fatti. Tutto ciò pone il quesito sulla ragione di tanti depistaggi per suggerire che la morte di Mussolini avvenne a qualche centinaia di metri da dove, probabilmente, il dittatore fu ucciso e con un decesso spostato in avanti di qualche ora. Appaiono quali dettagli insignificanti; ma per qualcuno, e a quel tempo, non lo furono affatto.
Ciò che accadde in quei giorni, fu prima consegnato alla memoria e poi alla Storia. Un racconto che appare non sempre corrispondente alla verità oggettiva, ma ad una versione manipolata per necessità politica e di potere, in relazione alla nuova Italia che stava sorgendo dalle ceneri della guerra.

Massimo Carpegna

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